Il Mediterraneo si tinge di rosso

“Avviene sempre così. Perché un fatto ci interessi, ci commuova, diventi una parte della nostra vita interiore, è necessario che esso avvenga vicino a noi, presso genti di cui abbiamo sentito parlare e che sono perciò entro i cerchi della nostra umanità”. Scriveva così Antonio Gramsci sul Grido del Popolo. Parole datare 11 marzo 1916 che, l’intellettuale sardo, scagliava verso il pesante silenzio sul genocidio degli armeni ma che risultano attualissime, se traslate in direzione della cronaca odierna.

Perché quando il Mediterraneo si tinge di rosso non si può rimanere indifferenti, eppure qualcuno in Europa continua ad esserlo. A naufragare in quelle acque non è stato solo il mercantile che trasportava i migranti. L’indifferenza verso una problematica come quella dell’immigrazione e il timidissimo risveglio ad una simile tragedia, testimonia il naufragio di un’Unione Europea, che sembra si desti solo quando si tratta di discutere di finanza, spread e compiti a casa da assegnare. Poi, se c’è da affrontare una realtà che conta 850 disperati in fuga da un inferno che si chiama Libia, si ritira nella più netta indifferenza e nel più sordo dei silenzi. L’Europa ha sempre fatto finta di nulla, ha sempre scaricato le situazioni di emergenza sui paesi esposti, non porgendo mai l’altra guancia e cancellando dal proprio vocabolario la parola solidarietà.

Alla luce della più grande tragedia del mare, sarebbe il caso di fermarci a riflettere sul perché, nonostante dopo il processo di Norimberga del 1945/46 dicemmo “Mai più”, la storia continua a ripetersi. Il colore rosso di cui l’acqua del nostro Mare Mediterraneo si sta macchiando, testimonia la rottura di quel patto che siglammo con quel “Mai più” ad un genocidio. D’altronde, cosa sarebbe la tragedia avvenuta il 18 Aprile 2015 nel canale di Sicilia, se non un genocidio?

E mentre l’Europa, il giorno dopo si nasconde dietro uno squallido minuto di silenzio in memoria delle vittime, l’Italia continua ad annaspare dietro un’emergenza più grande di lei, quasi sentisse il peso di qualche colpa da espiare. In effetti qualche colpa ci sarebbe. Dietro il “Mai più”, che anch’essa siglò a fronte delle vergognose leggi razziali del 1938, si respira l’eco di un’altra vergogna chiamata legge Bossi-Fini, di cui ancora non riusciamo a venire a capo. Per non parlare dei trafficanti di voti che continuano a speculare su tale tragedia, alimentando xenofobia, razzismo ed intolleranze tra le menti più deboli e a recitare martellanti slogan del tipo “ospitateli a casa vostra” oppure “rispediamoli a casa loro”.

Dunque, l’Italia si trova da un lato, a lottare con i trafficanti di esseri umani, mentre dall’altra continua a cercare un dialogo con un’Europa, i cui rappresentanti, non stanno dimostrando altro che essere dei meri trafficanti di indifferenza. Questa è l’unica e sola definizione per chi, pur non rimanendo sordo, resta inerme agli occhi stanchi, stremati, terrorizzati di chi si è salvato per miracolo, riuscendo a conservare quel nome che lo identifica nel suo essere qualcuno. E si sente fortunato rispetto a coloro i quali, invece, giacciono su un fondale che ha cancellato per sempre la loro identità ed esistenza.

Ma anche tra i morti, in questa storia, c’è da fare una distinzione. Se per alcuni, il fondale è divenuto ormai la tomba, per altri, la possibilità di essere almeno schedati con un numero per poi poter essere identificati c’è. Dopotutto questo mare è stato generoso. Quasi come se la natura volesse riparare alle atrocità commesse dall’uomo, volendo  restituire a quei corpi la loro identità e riservare loro una sepoltura o un ultimo saluto da parte di chi li verrà a cercare. E mentre discutiamo, sbattendoci la faccia, con il muro Europeo, di Poseidon, Triton e Mare Nostrum, negando a questi “figli di Ulisse” il diritto di essere accolti, si sta costruendo mattone su mattone un muro simile a quello che fu abbattuto nel 1989, tentando di isolare, quanto più possibile non solo i migranti cercatori di speranza ma anche l’Italia, sempre più inascoltata da una Germania che riscopre la sua anima nazista ed una Francia che dice “noi ce ne abbiamo già troppi”. Eppure stanno solo chiedendo aiuto. Stanno solo cercando di tener acceso quel piccolo mozzicone di speranza tenendolo ben serrato in mano e facendo si che le onde del mare, durante le traversate, non lo spenga.

Inoltre, in questi giorni tra i grandi d’Europa si è aperto ufficialmente il concorso del “toto-risoluzione” a chi trova la soluzione migliore: bombardare i pescherecci prima che partano, improponibili blocchi navali, ennesima guerra contro quello che è già, a tutti gli effetti, un inferno: la Libia. Tutti concentrati sull’affondare mercantili e pronti in tenuta mimetica a premere il grilletto ma nessuno che tenti di pensare alle persone che si imbarcano in questi viaggi della morte. Nessuno che proponga di ristabilire, in primis, la sicurezza delle persone su quelle sponde martoriate dell’Africa, della Libia e dell’Egitto. Nessuno che faccia uno sforzo per creare progetti di cooperazione internazionale, facendo si che le persone possano tornare in patria grazie ad una ripresa delle attività economiche e sociali, in modo tale da scoraggiare le traversate della morte.

Se alla guerra continuiamo ad opporre la guerra non faremo altro che nutrire disperazione ed ecco che a guadagnarci oltre ai trafficanti di carne umana, ormai sempre più legati alle mafie europee e al terrorismo internazionale, saranno anche i trafficanti di voti a cui facevamo cenno precedentemente. La caccia all’ultimo voto e al “potere a tutti i costi” non ha pietà per nessuno.

Inoltre, l’UE dovrebbe cominciare a ragionare in maniera meno egoista ed ascoltare il grido di queste popolazioni in sofferenza, perché dei minuti di silenzio non se ne fa nulla. Anzi, di silenzi ce ne sono stati fin troppi.