Gustav V di Svezia: il re che voleva fare il tennista

In ricordo del tennista coronato

Cannes, primi anni venti, Hotel Beau site. Il sole picchia placidamente sull’erbetta d’un campo da tennis; la prima guerra è un ricordo da lasciar sbiadire, la seconda ancora non si scorge all’orizzonte. Si gioca un doppio, misto.

Suzanne Lenglen – la più forte giocatrice di tutti i tempi – saltella soave con la leggiadria d’una ballerina classica; non sbaglia mai, non sa sbagliare, la pallina esce dalla sua racchetta con un leggero gemito, quasi intristita per la separazione da tale, dolcissimo, supporto.

Accanto a lei una figura allampanata, scoordinata, inadatta al movimento; l’occhialino di chi ha visto più libri che palline, il cappello di seta, l’algida giacchettina ben abbottonata e il pantalone dalle pieghe simmetriche lo identificano meglio del suo rovescio titubante: è il re di Svezia, Gustav V, Mr. G. per gli amici della riviera.

Geraldine Beamish (ottima tennista inglese) accompagna, nell’altra metà del campo, un altro reale: Manuel II, il re del Portogallo in esilio. Un discreto giocatore, come ebbe a sottolineare il padre di Suzanne – Charles – mellifluo certo, ma sincero: “Vostra regolarità (sic), avete maggiori possibilità di miglioramento”.

Rispetto a chi? Ovviamente, al nostro Mr. G; non certo un artista della racchetta: uno di quelli che, quando andava bene, “si impegnava molto”. Il “mon mixte royal” si concludeva sempre senza vincitori né vinti; Suzanne comandava il gioco, alternando le coppie e le regalie, con nobile equità…

Gustavo V nacque a Stoccolma nel giugno del 1858 e fu re di Svezia dal 1907 fino alla sua morte, nel 1950. Il tennis lo incontrò per la prima volta nel 1878, durante un viaggio in Gran Bretagna; tornato a casa – folgorato – fondò il primo circolo tennis svedese della storia.

L’innamorato, però, non poteva tenere la mano della sua lignea sposa in patria, l’etichetta glielo impediva e lo scettro, purtroppo, non aveva corde. Ma in Costa Azzurra, sotto falso nome, Gustav poteva sfogare la sua voglia di mondanità e tennis nei salotti e nei campi della riviera.

Suzanne Lenglen, Molla Mallory, Jean Borotra, Jacques Brugnon, Henri Cochet (suo abituale compagno di doppio), sono solo alcuni dei grandi tennisti con cui il re incrociò racchette e parole. Nel salotto di Villa Ariem, casa dei Lenglen, il sovrano era una stella fissa.

Spiccavano, nel chiacchiericcio frivolo dell’alta borghesia francese, gli aneddoti sulla sua “parsimonia”. Al casino, si narrava, Gustav usava spargere delle fiches sul tavolo da gioco: dopo aver dimenticato quali fossero le sue, con regale condiscendenza, intascava vincite non dovute. Tendeva a fingersi sovente come il suo segretario personale, rispondendo in prima persona ad alcune chiamate: “L’ambassadeur di Cannes invita Sua Maestà a cena”, “Sua Maestà accetta con piacere”, per poi subito informarsi, quasi fosse un’inezia, su “chi offre la cena?”.

La presunta amicizia con Hitler (rapporto diplomatico, null’altro: Gustav più volte scrisse al führer chiedendo un’attenuazione delle persecuzione ebraica – a tal proposito si spese per la liberazione del barone Von Cramm e di Borotrà, due sodali tennisti, dalle prigioni naziste –  e, nel 1938, l’avvio di una politica di pace; fu capace inoltre di “dar buca” al dittatore per assistere, a Berlino, ad un incontro del tennista ebreo Daniel Prenn), l’omosessualità latente (l’affare Haijby, un vecchio ristoratore che dichiarò di essere stato l’amante del re dal 1912 al 1932), il tentativo di abdicazione del 1941, non furono ostacoli sufficienti per tenere lontano il re dal court, il suo grande amore, “il meglio che la vita ha da offrire”.

Oscar Gustav Adolf, il re che voleva essere un tennista. L’uomo che preferiva un campo d’erba ad una reggia, una racchetta ad uno scettro, una panchina ad un trono. Il primo reale ad entrare, nel 1980, nella “International Tennis Hall of Fame”.

Da una foto ingiallita Mr. G. sorride sornione mentre si appresta a servire… “A volte la felicità è una piccola cosa”.