fbpx
Connect with us

Focus

Ragazzi difficili: viaggio alla scoperta di una Comunità Educativa della Val Vibrata.

Published

il

Da Il Martino n. 21 del 23.11.2015

Si parla di queste realtà spesso e volentieri in termini critici, in casi in cui episodi di particolare rilevanza negativa salgono agli onori della cronaca, ma quanti di noi conoscono realmente queste strutture? Quali figure professionali operano all’interno delle case di accoglienza per minori? Come si sostengono queste comunità?

Immersa nel verde delle campagne di Tortoreto Alto, sorge una Comunità Educativa per minori in cui sono ospitati una decina di ragazzi dai 6 ai 17 anni, sottratti alle famiglie di appartenenza,  perché spesso hanno  un vissuto difficile e doloroso alle spalle,  un carico di rabbia e sofferenza opprimente, causato dal senso di  abbandono,  che devono imparare a gestire e superare.

In un’assolata mattina di novembre, ho suonato al campanello della comunità che, per motivi di privacy, preferiamo non menzionare, ed ho ricevuto il grande onore di trattenermi a pranzo con loro,  mentre rivolgevo qualche domanda ad Enrico, il direttore.

Innanzitutto, qual è la differenza tra Casa Famiglia e Comunità Educativa?

“La differenza è sulla carta, a livello normativo. Inizialmente, le leggi che prevedevano la creazioni delle comunità educative, demandavano poi alla Regione ma non tutte le regioni sono riuscite ad adeguarsi. La regione Abruzzo è stata una di quelle  in grado, non solo  di recepire la normativa, ma anche di definire i requisiti minimi della struttura, il numero di ragazzi da ospitare, etc., tralasciando, però, di specificare quali figure professionali da impiegare al suo interno. La normativa chiarisce specificatamente cosa è la casa famiglia, cioè una struttura gestita da una coppia, laica o religiosa, che vive effettivamente all’interno della struttura e che può ospitare fino ad un massimo di 6 utenti. A differenza, la comunità educativa è, invece, un luogo dove generalmente  lavorano professionisti qualificati che turnano al suo interno secondo  gli orari di lavoro. I servizi sociali di riferimento  decidono  dove inviare il minore. Spesso, però, questa decisione viene presa in base alla retta giornaliera che il comune  può erogare. Gestire h24 una struttura educativa  è impegnativo ed oneroso. Basti pensare che una tale comunità  è paragonabile ad una sorta di piccolo albergo: 10 e più coperti per tre volte al giorno, tutti i giorni, biancheria da lavare e spese accessorie. Bisogna aver a disposizione un minimo di 8 persone che prestano servizio, più una cuoca. Questo significa che per riuscire a coprire le spese giornaliere che si vanno ad affrontare, un ragazzo deve pagare non meno di 60 euro al giorno. La professionalità ha, ovviamente, dei costi ed una comunità di questo tipo si trova a fare i conti con una spesa  di circa 25.000 euro al mese, tra varie ed eventuali. La retta che, come detto poc’anzi, viene pagata dal comune di appartenenza della madre, o del genitore affidatario, del minore in questione arriva mediamente dopo 6 mesi dall’ingresso dell’utente in struttura. Nel frattempo anticipa la cooperativa di cui la comunità fa parte”.

Da quanto tempo siete attivi?

“Abbiamo aperto il 18 marzo del 2013, grazie ad un prestito a fondo perduto erogato dalla Fondazione Tercas, con l’entrata del primo ragazzo in comunità”.

Quali sono le attività di una Comunità Educativa?

“Il nostro compito è quello di veicolare la figura genitoriale. Facciamo, cioè, quello che dovrebbero fare tutte le famiglie ‘normali’, attraverso  l’operato di educatori professionali. Per prima cosa stipuliamo un patto di corresponsabilità  con i nostri ospiti, in cui stabiliamo delle regole basate su una comunicazione autentica. I ragazzi devono imparare a riconoscere quali sono le cause dei loro problemi e chiamare le cose con il loro nome. Spesso capita che abbiano reazioni rabbiose  rispetto alla difficoltà di  recepire ed elaborare  le proprie sofferenze. I ragazzi ospiti nella nostra struttura, hanno  trascorsi differenti alle spalle: a volte arrivano giovani abusati, maltrattati o deviati. Durante la fase pre adolescenziale, i ragazzi tendono a chiudersi in se stessi, reagendo in maniera oppositiva e provocatoria;  questa reazione rende difficile entrare in relazione  con simili personalità. Spesso e volentieri non c’è neanche collaborazione e questo porta l’adolescenza a divenire il primo nemico di se stessi. Molti di loro hanno alle spalle una prolungata evasione scolastica, spesso arrivano adolescenti che non hanno neanche la licenza media. Noi cerchiamo di far loro terminare il ciclo dei dieci anni di scolarizzazione obbligatoria, spingendoli a prendere almeno una qualifica professionale con i tre anni di scuole superiori. Quando questo non è possibile,  si cercano  per loro delle  opportunità lavorative alternative. Le attività che  si svolgono all’interno della nostra comunità  privilegiano l’autonomia dei nostri utenti,  gli impegni scolastici e quelli sportivi. Abbiamo anche un servizio di supporto psicologico esterno, per chi necessita. Il servizio di psicoterapia esterno è per noi garanzia di indipendenza ed equidistanza. Lo sport per i nostri utenti è un valido strumento terapeutico, in quanto insegna ai ragazzi a stare in gruppo, a rispettare le regole, a perseguire una sana  crescita individuale.  Solitamente il calcio, il rugby, la boxe per i ragazzi, la pallavolo, l’hip hop, la danza per le ragazze, a patto che le strutture a cui ci appoggiamo siano poco onerose. Permettere a tutti i nostri utenti di praticare queste attività, ha dei costi notevoli.

Spesso non si ha un’idea molto precisa dei costi di una comunità educativa.”

Cosa è importante far conoscere all’esterno, di questo tipo di strutture?

“Innanzitutto la reale e imprescindibile necessità di poter disporre di fondi. Le  spese da sostenere sono altissime. Di contro, gli stipendi degli operatori sociali che lavorano in comunità sono bassi e, spesso e volentieri, giungono con grossi ritardi. Cio’  anche perché i comuni erogano le rette in sistematico ritardo. Poi terrei a precisare che noi non rubiamo i bambini! Se i genitori sono drammaticamente disfunzionali, i servizi sociali intervengono ed il minore viene ospitato in strutture come questa. La patologia del genitore spesso si riversa sul figlio, generando comportamenti alienanti.  Le comunità è vero che costano molto ma  ogni euro investito in prevenzione, equivale a circa 7  o 8 euro risparmiati negli anni successivi secondo quanto afferma nel 2000 un premio Nobel per l’economia.

E’ vero che oggi un ragazzo  ha un costo annuale ingente per un comune, ma se non si interviene adesso, si avrà il rischio reale che lo stesso produrrà danni economici, sociali, costi giuridici, danni collaterali a sé e agli altri. Se l’intervento viene fatto in maniera tempestiva e produttiva, saranno invariabilmente limitati i danni in futuro. Ma questo discorso, purtroppo, non viene recepito.

Non è possibile spiegare cosa sia una comunità. E’ un luogo che va vissuto, per poterlo descrivere. Da noi arrivano casi particolari,  difficili, cioè casi ereditati da altre strutture, in cui  i ragazzi “non funzionavano”. Poi, una volta arrivati da noi,  cambiano.”

Qual è  stata la molla del cambiamento?

“Posso provare a dire la presenza. Noi ci siamo, siamo presenti. Attivi 24h su 24, presenti, pronti per ogni emergenza.”

 

Continua a leggere

Economia e Territorio

L’Europa al tempo del coronavirus: intervista all’economista Alessandro Cascavilla

Pio Di Leonardo

Published

il

Alessandro Cascavilla, classe 1995, è uno degli economisti più popolari del momento: laureato col massimo dei voti all’Università Politecnica delle Marche, è il fondatore della popolare pagina “Economia del Suicidio” che conta oltre 110mila followers e di “Ale.conomista”, diventando così un vero e proprio “influencer dell’Economia”.

In questo periodo particolarmente difficile, Alessandro utilizza i social networks per tenere informati costantemente, soprattutto i più giovani, su quanto sta accadendo in Italia, in Europa e nel mondo e, oggi, ci ha gentilmente concesso un’intervista per offrire il suo punto di vista anche ai nostri lettori.

Ciao Alessandro, grazie per averci concesso questa intervista. Parlaci un po’ di te, del tuo percorso di studi e del tuo lavoro.

Sono un giovane economista, ho 24 anni e ho scoperto la mia passione per l’Economia alle scuole superiori, da quando ho iniziato a studiare la Crisi del ’29 in Scienze delle Finanze, le azioni e le obbligazioni in Economia Aziendale. Ho frequentato la ragioneria, diplomandomi col massimo dei voti perché mi piaceva quello che studiavo: questo mi ha portato a capire che avrei dovuto continuare con una carriera universitaria in Economia e così mi sono iscritto alla facoltà di Economia e Commercio all’Univpm di Ancona. Mi sono laureato anche qui col massimo dei voti, non è stato facile ma mi ha arricchito molto, mi ha dato delle buone basi e allora ho deciso di continuare con un corso Magistrale, sempre ad Ancona, ma in inglese: International Economics and Commerce. Mi sono laureato lo scorso ottobre con 110 e Lode e, essendo un corso in inglese, mi ha dato la possibilità di viaggiare: ho fatto uno stage in Argentina, uno in Olanda. Ho poi conseguito il doppio titolo, il Master in Economia in Spagna all’Universitat Jaume I.

Appena finita l’Università, ho deciso di lasciarmi prendere ancora di più dalla passione per l’Economia e ho quindi iniziato un percorso triennale di Dottorato all’Università di Bari, e a febbraio ho iniziato a lavorare all’Osservatorio Conti Pubblici Italiani diretto da Carlo Cottarelli, in cui mi occupo di capire quello che accade nel mondo.

Come sono nate “Economia del Suicidio” e “Ale.conomista” e com’è diventare una star dei social grazie all’Economia?

“Economia del Suicidio” è nata al mio secondo anno di triennale, stavo studiando per l’esame di Macroeconomia e sentivo il bisogno di dover condividere quello che apprendevo, ma in maniera abbastanza simpatica. Nel mio piccolo scherzavo sull’economia con i miei amici di università, ero un “nerd dell’Economia” e vedendo che già esisteva su Facebook una pagina chiamata “Ingegneria del Suicidio”, ho deciso allora di aprire “Economia del Suicidio”. Da lì in poi ha avuto una grande crescita, il team si è allargato e, dopo un anno dalla nascita, è entrato il mio socio Daniele Vezza, con cui quotidianamente portiamo avanti la pagina insieme a un team di collaboratori. Mi ha accompagnato per tutta la mia carriera universitaria. Il fatto di fare contenuti ironici e parlare di economia in modo diverso rispetto agli altri è stato molto apprezzato dai social.

Per quanto riguarda invece “Ale.conomista”, è la pagina che avrei sempre voluto aprire. Adesso che mi sento un po’ più preparato, che non sono più affetto dalla “Sindrome dell’impostore”, cioè il fatto di pensare di non saperne mai abbastanza, ho aperto la nuova pagina. L’ho fatto verso la fine mio percorso, a luglio, mentre ero in viaggio per fare l’ultimo esame in Spagna. Mi sono detto “Provo a buttare fuori tutto quello che ho imparato!”. Ora la pagina conta quasi 30mila followers, è un altro lato di me che non potevo utilizzare con “Economia del Suicidio”.

In questi giorni non si fa altro che parlare del Mes, aiutaci a capire meglio di cosa si tratta.

Il Mes è un organismo indipendente, non rientra cioè nel panorama istituzionale dell’UE, che può “salvare” gli Stati della zona euro. È composto dai 19 Paesi che hanno adottato la moneta unica, ed è stato pensato nel 2012 con il famoso “Whatever it takes” di Mario Draghi per dire che, in caso di un forte attacco speculativo, sarebbero stati gli altri 18 Stati dell’euro a garantire il Paese in difficoltà. Tramite il Mes si può poi accedere alla monetizzazione del debito tramite le OMT della BCE. Il Mes nasce con questa natura, adesso se ne parla tanto e, soprattutto in Italia, c’è un’irrazionale isteria. Non è altro che un fondo che, quando un Paese membro vi chiede l’accesso, valuta la sua condizione macroeconomica, se rispetta le cosiddette “condizionalità in entrata” e, in base a ciò, la Commissione Europea e la BCE, e se necessario il Fondo Monetario Internazionale, valutano quale strumento utilizzare.

Ci sono, ad esempio, i prestiti, che sono quelli più duri e richiedono, da trattato, un aggiustamento macroeconomico. Ci sono poi le linee di credito, che sono quelle di cui si discute tanto: degli strumenti più alla mano che non richiedono alcun aggiustamento ma determinate condizionalità, vengono cioè dati dei soldi solo se si rispettano determinate condizioni, che vanno definite anticipatamente nel protocollo d’intesa, il Memorandum of understanding.

Non è affatto vero che il Mes porta alla ristrutturazione del debito. Finché non si firma il Memorandum, un contratto che va negoziato direttamente dal Paese, nella persona del Ministro dell’Economia, ciò non può accadere. Se il Mes dovesse chiedere di ristrutturare il debito oppure di perdere sovranità fiscale, si potrebbe decidere di non ricorrere più a questo strumento.

Cosa sono le OMT (Outright Monetary Transactions), da molti definite l’asso nella manica della BCE?

Le OMT sono degli acquisti della BCE a titolo definitivo. Nascono anche loro nel 2012, sempre dopo il “Whatever it takes” di Mario Draghi. Le OMT non sono mai state utilizzate finora, ma è bastato dirlo per far stabilizzare i mercati. La BCE, in teoria, non può sottoscrivere titoli sul mercato primario ma può comprarli sul mercato secondario, come sta facendo grazie al Quantitative Easing ormai da otto anni. Quando un Paese perde l’accesso al credito perché i mercati lo reputano troppo rischioso, e non gli prestano più denaro, il Paese può quindi accedere al Mes e per dare tranquillità ai mercati, può accedere ai fondi illimitati della BCE. La condizione necessaria affinché si possano attivare le OMT è l’accesso a una linea di credito del Mes. Le OMT esistono se coesiste il Mes: il Paese che vuole l’acquisto diretto dei titoli di stato dalla BCE deve richiedere l’accesso al Mes, essere approvato, firmare il Memorandum of understanding e chiarire che c’è bisogno anche delle OMT della BCE.

Cosa pensi delle posizioni dei politici italiani sul Mes?

Secondo me c’è una grandissima confusione e tantissima irresponsabilità politica. In un periodo del genere, tutti i partiti politici dovrebbero smetterla di pensare alla frase che dà più ritorno elettorale, perché adesso è a rischio la stabilità economica e finanziaria del Paese. Chi specula politicamente sull’attivazione del Mes sta creando un danno sociale che fa male a tutti. Penso che ci debba essere un atto di responsabilità nel valutare economicamente tutte le possibili alternative che ci sono. Se il Mes può darci fondi fino al 2% del Pil e senza condizionalità, a condizione che si facciano interventi tempestivi e mirati nel settore sanitario e se questo può essere fatto tramite una linea di credito valutata come titolo AAA, col tasso di interesse più basso che esiste sul mercato, sarebbe economicamente un fallimento non accettare. Penso che, politicamente, alcuni stiano strumentalizzando tutto ciò. Personalmente, mi dispiace perché vedo che ci sono molte persone che non hanno studiato Economia e sui social sono vittime di tale propaganda.

Secondo te l’Italia dovrebbe ricorrere al Mes?

Come risponderebbe un economista, dipende. Ciò che è uscito dall’Eurogruppo è un accordo nel quale non c’è scritto assolutamente niente e che lascia troppo spazio alle interpretazioni. Se ci affidiamo alle dichiarazioni fatte da alcuni capi di Stato alla fine dell’Eurogruppo, se effettivamente il Mes dà l’accesso alla linea di credito ECCL rafforzata, fino al 2% del Pil, senza condizionalità e al tasso più basso che esiste, a quel punto sarebbe da pazzi non farlo. Sono dell’idea che finché non vengono stabiliti i Memorandum e gli accordi finanziari che stabiliscono le cause del prestito, è difficile dire sì o no al Mes. Finora è tutta propaganda strumentale. Credo sia irresponsabile dire sì o no al Mes in termini assoluti, va tutto ponderato in base a quello che accade.

Come ho spiegato in un articolo scritto due settimane fa con Giampaolo Galli, poi ripreso anche da TgCom24 e da Forbes, un Memorandum of understanding con il Mes dovrebbe principalmente prevedere che le risorse stanziate per far fronte all’emergenza sia siano spese bene. L’obiettivo dovrebbe essere quello di garantire che gli interventi a sostegno dell’economia siano tempestivi, mirati e siano temporanei, cioè non comportino aggravi permanenti dei conti pubblici. Un piano di rientro dal debito dovrebbe essere attivato solo dopo la fine dell’emergenza e, date le profonde ferite sociali prevedibili a seguito della recessione da pandemia, non potrebbero che prevedere un aggiustamento graduale.

Non voglio dire che bisogna richiedere solo accesso al Mes per risolvere tutti i problemi, ma se ci mettessero davanti 35 miliardi con tasso d’interesse bassissimo sarebbe da stupidi farlo emettendo titoli del debito ad un tasso d’interesse praticamente doppio.

E qual è, invece, il tuo pensiero sugli Eurobond? Spiegaci cosa sono, innanzitutto, e quali sono le differenze con il Mes?

Gli Eurobond sono dei titoli che vengono emessi dall’UE, per i quali garantiscono tutti i Paesi. Non è, però, una mutualizzazione dei debiti, questo perché i Paesi che non hanno problemi di natura economica si sono opposti a tale tipo di procedura, che li avrebbe costretti a “regalare” dei soldi a dei Paesi poco attenti sui conti pubblici. Adesso, invece, si tratta di mettere insieme in un Fondo dell’UE, garantito da tutti gli Stati: l’Unione Europea potrà indebitarsi, fino a un determinato limite, e prestare soldi ai vari Paesi. Sono un’alternativa al Mes e non richiedono le condizioni di eccezionalità. Gli Eurobond sono una possibilità per l’Europa di iniziare un percorso comune dal lato fiscale. Un’UE forte istituzionalmente non può avere una sola moneta e una politica fiscale indipendente in tutti i Paesi. Alcuni sovranisti si lamentano del fatto che la Germania paghi un tasso d’interesse pari a 0, mentre noi all’1,5%: questo perché non abbiamo una politica fiscale comune. Questa possibilità che c’è ora, di essere colpiti tutti da uno stesso shock, ci deve portare a fare uno step in avanti dal punto di vista dell’integrazione fiscale europea.

Secondo me gli Eurobond andrebbero fatti, ora bisogna capire come farli e in che quantità, come verranno ripresi i soldi. In questo caso non ci sarebbero condizionalità esplicite come quelle del Mes ma nessuno presterebbe dei soldi per essere spesi in cose che non hanno senso. Io sono comunque molto favorevole, penso che sia una, se non l’unica, possibilità di fare un passo tutti insieme verso una maggiore integrazione.

Quindi, per l’Italia, meglio il Mes o gli Eurobond?

Io non li vedrei come due cose alternative, ma complementari. Gli Eurobond non esistono ancora, c’è bisogno di creare un’istituzione che li emetta, che decida le regole secondo cui devono essere divisi questi soldi. Per fare gli Eurobond ci vuole tempo. Il Mes già esiste. Nel comunicato dell’Eurogruppo si dice che le linee di credito light sono disponibili in due settimane, quindi per uscire dal lockdown il 3 maggio, avere 35 miliardi da subito sarebbe una grande opportunità. Perciò, credo che le cose vadano di pari passo, una cosa non esclude l’altra. Credo che bisognerebbe utilizzare tutti gli strumenti disponibili in questo momento. Avere liquidità immediata subito per interventi tempestivi, non vedo perché debba togliere il fatto di dover fare Eurobond. Gli Eurobond sono pensati per la ricostruzione dell’Europa, non per combattere il coronavirus: sarebbero come un “Piano Marshall 2” fatto dall’Europa.

Secondo te l’Europa è stata solidale con l’Italia in questa emergenza dovuta all’epidemia da coronavirus?

Dal punto di vista della solidarietà ho un po’ di dubbi: il fatto che alcune decisioni vengano prese necessariamente all’unanimità ci fa vedere che basta uno Stato, anche piccolo, a bloccare un percorso comune voluto dagli altri. Il fatto di dover perdere tempo perché non si trova un accordo tra i vari Paesi, dato che l’Italia è stata la prima nazione colpita e aveva bisogno di interventi più tempestivi, non mi permette di dire che l’Europa abbia fatto il suo dovere. Manca il senso di solidarietà, ma mi sembra che ci stiamo allenando in proposito. Mi auguro che questa nuova crisi rappresenti un’opportunità per dopo, perché potremo avere una struttura istituzionale che potrà emettere Bond e, all’eventuale prossima crisi, saremo più pronti perché daremo per scontato il fatto che l’UE possa non dipendere da uno Stato che blocca tutte le decisioni. Dal punto di vista dell’acquisto dei Titoli di Stato, l’UE è stata solidale con l’Italia perché ne sta comprando molti più a noi rispetto agli altri Paesi, ma dal punto di vista politico, non è stata il massimo.

Cosa rispondi a chi, come soluzione, vorrebbe che l’Italia abbandonasse l’Unione Europea oppure a chi vorrebbe si tornasse alla Lira?

Questa è un argomento su cui mi batto spesso, sono soluzioni semplici a problemi complessi. Uscire dall’Europa significa tornare al 1957, prima del Trattato di Roma, e sarebbe una cosa folle perché abbiamo come principali partner commerciali la Germania e la Francia. Il motivo per cui molti vorrebbero abbandonare l’UE è stampare moneta, quindi abbandonare l’euro. Ma tornare alla Lira, una moneta svalutata e super inflazionata già allora, soprattutto in un momento di crisi, farebbe collassare le banche che avrebbero problemi a concedere prestiti. Il fatto di stampare illimitatamente moneta fa capire che si sta già svalutando tale moneta: qualcosa più esiste e meno valore ha. Già in tempi normali sarebbe impossibile per l’Italia, figuriamoci in tempi di crisi.

Ti sei più volte scagliato contro chi parla e scrive di Economia, pur non avendo gli strumenti e le conoscenze adeguate per poterlo fare. Cosa vorresti dire loro?

Non è sbagliato informarsi, anzi è da irresponsabili non farlo, ma prima di parlare di qualcosa e di provare a dare soluzioni bisogna sapere quello di cui si sta parlando. Il mio consiglio è quello di informarsi e capire, ma poi non si dovrebbe creare caos, soprattutto sui social. Ognuno si sente in diritto di poter dire la sua, alla pari degli altri, su una cosa su cui non si è assolutamente competenti. Alcuni influencer non dovrebbero condizionare i loro milioni di followers dicendo stupidaggini sull’Economia. Perché deve dire di sì o di no al Mes chi non sa nemmeno cosa sia? Il problema è che si popolarizzano materie che, per definizione, non sono popolarizzabili. Non dobbiamo sentirci in diritto di poter dire la nostra su qualcosa su cui non siamo competenti, non si può pretendere di poter fare analisi economiche senza aver studiato anni e avere adeguati titoli di studio. L’Articolo 21 della Costituzione ci dà la libertà di espressione, questo non significa che dobbiamo dire necessariamente la nostra su ogni cosa.

Grazie ancora per averci concesso questa intervista Alessandro, buon lavoro e in bocca al lupo per il futuro.

Continua a leggere

Focus

Situazione in Lombardia del Coronavirus

Marco Capriotti

Published

il

“Oggi 4.670 positivi, 627 morti e 689 guariti”, questo è in sintesi il resoconto odierno della Protezione Civile.

Oggi esaminiamo la realtà anche in Lombardia con i dati odierni.

Bollettino odierno:

Ieri/oggi

Contagi 19884/22264. + 2380

Ricoveri non TI 7387/7735 + 348

Ricoverati TI 1006/1050 +44

Decessi 2168/2549 +381

I casi per provincia /ieri/oggi:

BG 4645/5154. + 509

BS 4247/4648 + 401

CO 338/380. + 42

CR 2286/2392. +106

LC 530/676 +146

LO 1528/1597 +69

MB 495/816 +321

MI 3278/3804 + 526

MN 636/723 + 87

PV 1011/1105. + 94

SO 155/163 + 8

VA 310/338 + 28

468 in corso di verifica

Continua a leggere

Focus

El coronavirus en Italia: lo que hay que hacer

Published

il

– Quédate en casa tanto tiempo como puedas (siempre);

– si no puedes quedarte en casa y no ir al trabajo, intenta reducir el contacto con otras personas: por ejemplo, evita estar cerca de los demás en el autobús, y mantén una distancia de al menos un metro de tus colegas;

– evitar los lugares concurridos, como los bares;

– mantener al menos un metro de distancia de otras personas;

– evitar los abrazos, besos y apretones de manos para saludar a la gente;

– evitar compartir comida y bebida con otras personas: usa tu propio plato y vaso;

– en la medida de lo posible, mantener a los niños en casa, y evitar que se junten con sus compañeros de clase;

– lavarse las manos a menudo durante al menos 20-30 segundos, frotando bien con agua y jabón, especialmente antes de comer y cuando estés fuera de casa;

– si no hay agua corriente disponible, lavarse las manos con un desinfectante a base de alcohol (el alcohol también se puede usar para la limpieza de la casa, y lo puedes llevar contigo en una botella de plástico);

– toser y estornudar en la cavidad del codo y no en la mano;

– intentar, en lo posible, no tocarse la cara (boca, nariz y ojos en particular) con las manos;

– evitar en la medida de lo posible tocar las superficies en lugares públicos (trenes y autobuses, por ejemplo);

– limpiar las superficies de la casa a menudo;

– puedes salir de compras y comprar las cosas que necesitas, pero hay que mantener la distancia a otras personas y evitar tocar muchas superficies;

– solo usar mascarilla si crees que estás enfermo o si estás cuidando a gente enferma.

( da IL POST)

Continua a leggere

Più letti

Copyright © 2020 Il Martino.it iscritto al tribunale di Teramo con il n. 668 del 26 aprile 2013 | R.O.C. n.32701 del 08 Marzo 2019 | Direttore Responsabile: Noris Cretone