Iniziava a far caldo in quell’aprile assolato del 1938. Non era l’estate che si annunciava, ma un nuovo inverno dopo l’inverno che già pareva alle spalle.”

[Federico Buffa]


A Solt, un piccolo paesino dell’Ungheria, il 16 aprile 1896 nasce Arpad Weisz. Figlio di un veterinario ebreo, dopo il diploma studia giurisprudenza e intanto gioca a calcio. Arpad non è dotato di una grande tecnica, ma ha un’intelligenza calcistica fuori dal normale.

Arriva anche a vestire la maglia della sua nazionale, e durante una partita amichevole contro la nazionale italiana, viene notato dagli osservatori del Padova, che gli offrono un contratto. Non rimane molto tempo nella città veneta: dopo solo sei partite viene comprato dall’Ambrosiana, conosciuta oggi con il nome di Internazionale Milano e chiamata comunemente Inter. Il fisico gracile non aiuta la sua carriera da calciatore e, a causa di diversi infortuni, è costretto ad appendere gli scarpini al chiodo. Nonostante ciò, la sua intelligenza calcistica non passa inosservata, e nel 1926 la stessa Ambrosiana gli offre il posto di allenatore. Nella stagione 1929/1930 vince il campionato italiano, diventando, così, a 34 anni l’allenatore campione d’Italia più giovane della storia del calcio italiano, record tuttora imbattuto. La sua carriera da allenatore subisce una svolta nel 1935 quando siede sulla panchina del Bologna. Con la squadra emiliana vince due campionati di fila e nel 1937 conquista a Parigi il “Torneo dell’Esposizione Universale”, la Champions League dell’epoca, battendo in finale i londinesi del Chelsea. Arpad diventa così l’allenatore più importante dell’epoca, ma qui finisce la storia, e inizia la Storia.

 

Nel 1938 il regime fascista proclama le “leggi razziali”. Gli ebrei, tra cui Weisz e la sua famiglia, devono lasciare l’Italia. Si stabiliscono momentaneamente a Parigi. Gli olandesi del Dordrecht, una squadra di studenti universitari militante nella massima serie olandese, gli offrono  il posto di allenatore. Weisz avrebbe potuto trasferirsi da alcuni parenti in Sud America, salvando così se stesso e la sua famiglia, “ma lui è su questo pianeta per allenare il calcio”, e accetta il posto.

Nel 1940 Hitler, a capo della Germania, invade i Paesi Bassi. In Olanda, tra le migliaia di persone catturate, ci sono due persone che passeranno alla storia: una è Weisz, l’altra è una ragazzina che stava scrivendo una delle più importanti testimonianze sulle atrocità del nazismo: il suo nome è Anna Frank.

Weisz non può più allenare, mentre i figli non possono più andare a scuola. Nell’ottobre 1942 la famiglia Weisz viene trasportata a Wasterbork, il campo di concentramento olandese, e pochi giorni dopo la moglie Elena e i figli Roberto e Clara vengono caricati sopra un treno con destinazione Birkenau. Dopo tre giorni vengono invitati a fare la doccia, ma da quella stanza non usciranno mai più, o almeno, non vivi.                                                            

Weisz, rimasto intanto nel campo di concentramento olandese, viene trasportato nel 1944 in Polonia, ad Auschwitz.

Una fredda mattina del gennaio 1944, Arpad Weisz non risponde più all’appello degli ufficiali tedeschi.

 

Arpad Weisz è uno dei tanti personaggi dello sport che hanno cercato di opporsi al nazismo, che non si sono voluti arrendere, che non hanno voluto chinare la testa. È un peccato che la sua storia oggi sia sconosciuta ai più. Chi ha cercato di lottare contro il regime spesso non ce l’ha fatta, ma il compito di un giornalista è proprio quello di raccontare e far scoprire le storie di questi grandi uomini.