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Focus

laBase: un viaggio tutto rock nell’ “Antropoparco” umano

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Da Il Martino cartaceo n. 11 del 13.6.2016

Un rock d’autore che, attraverso testi  schietti e diretti, offre istantanee della realtà che ci circonda. Testi incalzanti, ruvidi e immediati che, senza peli sulla lingua, restituiscono all’ascoltatore non solo uno spaccato dell’attuale realtà socio-politica ma anche di quella più intima degli individui, troppo spesso disorientati …”senza sapere di essere pedine di un grande gioco dei tanti inganni” come cantano nel loro “Caos X”.

Un progetto musicale molto interessante che si consacra in modo definitivo nel febbraio 2015 con l’album d’esordio “Antropoparco” che, in ognuna delle tracce, offre personali spunti di lettura della realtà.

Abbiamo avuto il piacere di incontrare il frontman della band, Mirko Lucidoni, che ci ha accompagnato alla scoperta di questo progetto musicale.

Per cominciare, iniziamo con un classico. Come nasce “laBase”?

“Ho iniziato come autodidatta. Pensa che negli anni ’90 facevo il disc-jockey ma poi ad un certo punto sono stato letteralmente  fulminato da Nevermind dei Nirvana, tanto da vendere i piatti e i mixer ed acquistare subito una chitarra elettrica e un amplificatore. Da lì è partito tutto. Prima de  “laBase” suonavo come chitarrista con delle band locali. Il progetto “laBase” è nato nel 2006 con una serie di avvicendamenti  che con il tempo hanno portato all’attuale formazione. Non è sempre facile trovare chi condivida la tua filosofia e l’impegno che comporta un progetto musicale”.

L’attuale formazione a quando risale?

“laBase nasce nel 2007 dall’incontro con il batterista  Fabio Mancini, il bassista Emidio Nardi e il chitarrista Matteo Borgognoni. Poi nel 2013, dopo una serie di cambiamenti, si è giunti all’attuale formazione del trio”.

Avete un background musicale che vi accomuna e vi unisce in questo sodalizio?

“Sicuramente da una parte il background musicale ci accomuna ma allo stesso tempo c’è anche un melting pot di differenze che arricchisce il trio. Antonio Campanella, il bassista, uno dei fondatori degli Hiroshima Mon Amour, viene dal new wave, dalla musica più dark; io come formazione vengo dagli anni ’90, soprattutto dalla matrice americana  della musica West Coast  e poi, per quanto riguarda la scena italiana, dall’ascolto di gruppi come  i CCCP e  i Marlene. Francesco Amadio, il batterista, tra le diverse esperienze, vanta la registrazione di un disco con i Manila Hemp, prodotto da Steve Albini, produttore americano (lo stesso di  In Utero  dei Nirvana)”.

Parliamo di “Antropoparco”, il vostro album d’esordio, uscito il 17 febbraio 2015. La data di pubblicazione può essere considerata un tributo a Giordano Bruno?

“Dato che l’uscita dell’album era prevista per quel periodo, abbiamo scelto quella data (lo stesso giorno del 1600 in cui Bruno fu condannato per eresia) come un omaggio a quest’uomo, per lanciare un messaggio sulla libertà di espressione e di  pensiero. La stessa libertà ci accomuna nel portare sempre avanti le nostre idee”.

A distanza di un anno l’album é stato rilanciato da Macramè – Trame Comunicative.

“Questo lavoro era rimasto un po’ in sordina, nonostante le recensioni positive della stampa nazionale, ed è stato rilanciato quest’anno da Macramè che ha creduto fortemente nel nostro progetto”.

Antropoparco è un neologismo. Ci spieghi?

“Antropoparco è una sorta di  recinto della mente umana, un orizzonte entro il quale le masse non riescono a guardare oltre. Una sorta di zoo in cui ognuno, anche inconsapevolmente, recita una parte”.

Il labirinto della copertina cosa rappresenta metaforicamente?

“La copertina realizzata da Antonio Campanella che è anche un grafico, rappresenta metaforicamente il labirinto della natura umana. Esso rispecchia pienamente la complessità umana con tutte le sue sfaccettature e contraddizioni”.

Quando scrivi i pezzi ti ispiri a ciò che ti accade a livello personale e alla realtà che ti circonda? 

“Io amo Ungaretti, William Blake, Edgar Allan Poe e nei testi cerco di esprimere un messaggio con dei concetti molto intimi e personali ma che possano, allo stesso tempo, essere validi anche a livello generale. Ad esempio, il messaggio contenuto in  “Primavera”, pezzo dell’album, potrebbe significare tante cose: la rinascita dello spirito dopo un periodo oscuro che può essere una separazione, la perdita del lavoro…ma poi ogni tanto esce un po’ di sole per tutti. La metafora dell’inverno che attraversa l’animo umano…ma dopo l’inverno c’è sempre  primavera”.

Mirko ci dice che ogni tanto si arrabbia quando i suoi testi vengono interpretati in un’accezione puramente negativa e pessimista.

“Il mio non è un pessimismo cosmico leopardiano – continua – ma piuttosto la mia è una rabbia che, attraverso la musica e i testi, vuole esprimere qualcosa; è uno slancio e  un monito a dire che è ora di muoversi e di fare qualcosa…”

C’è un pezzo che senti più tuo?

“Li sento tutti miei.  Quello che  forse più rappresenta Antropoparco è “Nuovo Disordine”.

Il vostro progetto che tipo di  risposte trova nel territorio?

“C’è interesse ma non è sempre facile oggi farsi ascoltare e trovare i luoghi adatti dove esibirsi, nonostante le recensioni a livello di stampa nazionale, (ad esempio Myweb, Ondarock ) siano state davvero molto positive”.

Che ne pensi del panorama attuale della musica indipendente italiana?

“Si sta perdendo un po’ di vista quello che è la musica indipendente. Ora c’è l’egemonia dell’elettropop, di alcuni pseudo-cantautori che stanno catturando l’interesse di moltissimi giovani. Stiamo assistendo a uno schiacciamento verso il basso, nel senso che quella che doveva essere musica leggera italiana mi sembra che stia confluendo nella musica indipendente.

Che ne pensi della partecipazione di Manuel Agnelli come giudice  alla prossima edizione di X Factor?

“Io credo che abbia fatto bene. I cosiddetti alternativi indipendenti che si sono scagliati contro di lui mi fanno innorridire. Sia gli Afterhours che i Marlene d’altronde erano già stati a Sanremo, quindi non vedo il motivo di  tutto questo polverone. Poi, andare in quel programma  nelle vesti di giudice è diverso: penso che lui possa portare cultura, qualcosa di differente e nuovo a quel tipo format e, di conseguenza, a chi guarda quel tipo di programmi. Altrimenti nella musica si finisce per lavorare solo per compartimenti stagni,   rischiando che la musica indipendente diventi troppo settaria”.

Progetti per il futuro?

“Usciremo con una cover di PJ Harvey, “A Perfect Day, Elise” e per settembre uscirà il video del pezzo “Come Pietra Di Calcare” che apre Antropoparco. Stiamo lavorando alle session per il secondo disco che dovrebbe uscire nel 2017″.

Le prossime date live?

“Il 18 giugno saremo a Brescia per La festa della Musica e il 14 luglio  a Lanciano -Outside The Theatre”.

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Ancona

Progetto Kiss all’Istituto “Galilei” di Jesi: alternanza scuola-lavoro in Corea del Sud

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ANCONA – Il progetto Kiss, un’interessante esperienza di alternanza scuola lavoro unica in Italia, effettuata in Corea del Sud da quattro studentesse dell’Istituto di Istruzione Superiore “Galilei” di Jesi dell’indirizzo delle Scienze Umane – Alessandra Altaripa, Erika Chiariotti, Zoe Catani e Diletta Galassi – è stata presentata il 10 gennaio al Palazzo dei Convegni alla presenza del vicesindaco di Jesi, il professor Samuele Animali, e del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per le Marche, dottor  Marco Ugo Filisetti, che ha preso atto dei notevoli risultati raggiunti dal Galilei grazie al grande impegno di tutto il personale.

L’incontro è stato moderato dalla professoressa Alessia Colasanti, che con la collega Monica Ferretti e l’apporto fondamentale della professoressa Stefania Vichi, nel 2020 ha dato origine al particolare PCTO (Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) grazie al progetto Kiss (Korea and Italy Schools and Students), stretto tra l’Istituto Galilei di Jesi e il Liceo Jeohyeon High School di Goyang, vicino Seoul, che offre spazi, anche sportivi, molto attrezzati. Fra circa un mese il Preside del Liceo di Goyang e tre insegnanti sudcoreani faranno visita all’Istituto. Galilei, mentre gli studenti sono attesi per l’anno prossimo.

Giunto al terzo anno, il progetto ha visto crescere i partecipanti che attualmente sono una trentina, tutti molto motivati. A fine gennaio si attende l’esito del concorso cui hanno aderito, consistente nella stesura di un elaborato su re Sejong il Grande (1397 – 1450), sovrano generoso e davvero illuminato, che ebbe a cuore il benessere dei suoi sudditi, con una viva attenzione per i meno abbienti. Appassionata anche lei dell’Oriente, la professoressa Ferretti è partita il 22 agosto scorso con le studentesse ed il Preside Luigi Frati per due settimane di job – shadowing in scuole di Goyang di diverso livello. Qui le allieve hanno sviluppato competenze personali e sociali seguendo lezioni di matematica, filosofia e diritto e tenendone altre di cultura italiana in inglese.

In questo modo sono riuscite a sondare la propria propensione all’insegnamento, oltre ad acquisire una maggiore fiducia in sé stesse. Le studentesse del Galilei avrebbero desiderato trascorrere più tempo con i bambini della scuola materna, probabilmente anche per l’impostazione fortemente ludica delle lezioni, incentrate sulla favola di Pinocchio, con un’attività aggiuntiva molto divertente per imparare il buffo linguaggio gestuale italico. I testi scolastici sudcoreani sono molto meno ingombranti dei nostri, perché contengono esclusivamente pagine che gli studenti dovranno imparare a memoria.

Durante l’incontro al Palazzo dei Convegni il Dirigente del Galilei ha ricordato il Piano Strategico per la Sostenibilità Ambientale e quello per l’Internazionalizzazione, che prevede ogni anno l’assegnazione di più di settanta borse di studio all’estero, corsi pomeridiani sulla cittadinanza europea e per conseguire le certificazioni in inglese e spagnolo. Questi ultimi corsi sono aumentati del75%e sono seguiti anche dal personale ATA e dagli ausiliari, nella prospettiva di una crescita in un contesto europeo.

È iniziata la collaborazione con licei di Boston e Chicago. Recente è pure l’esperienza in Madagascar, dove il Preside ha accompagnato alcuni studenti dell’indirizzo biotecnologico che hanno svolto ricerche sulle microplastiche ed i licheni dell’Oceano Indiano.

La professa Ferretti ha illustrato il progetto Kiss dell’Istituto Galilei di Jesi, avviato in piena pandemia con la realizzazione di un blog in inglese con più di trenta articoli per far conoscere le reciproche culture e le differenze tra il sistema scolastico italiano e quello coreano, improntato alla competitività e con ritmi di studio molto più intensi rispetto al nostro. Basti ricordare che per frequentare le tre più prestigiose università del Paese, concentrate a Seoul, bisogna sostenere ogni secondo giovedì di novembre il CSAT (College Scholastic Ability Test), un esame in tutte le materie della durata complessiva di circa sette ore, durante il quale l’intero Paese si ferma. Persino i voli aerei vengono sospesi per non disturbare gli studenti, ai quali i tassisti offrono gratis il trasporto.

Esaminando il contenuto dei test, riportati su particolari “giornali”, colpisce soprattutto quello di inglese: otto facciate di esercizi da svolgere in un’ora e dieci minuti… Del resto i giovani sudcoreani sono abituati ad una ferrea disciplina di studio: non solo rimangono a scuola fino alle 17, ma proseguono poi con altre ore di perfezionamento fino alle 10 di sera presso costose accademie private, in quanto il loro scopo è eccellere. Molte famiglie si indebitano per permettersele. E non è finita qui: lo studio continua a casa fino alla mezzanotte – l’una. In media, quindi, gli studenti dormono al massimo cinque ore al giorno. Non si sa quanto possa bastare a combattere lo stress il fatto che a scuola si indossino calzini e ciabatte e sia ammesso il conforto di una coperta calda e la compagnia di peluche.

Cristina Franco

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Ascoli Piceno

Acquaviva Picena, convegno di studi per la XVI Giornata per la Storia

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Foto di Cristina Franco.

I soci della Fondazione Federico II di Jesi, in collaborazione con l’Ente Associazione Palio del Duca, in occasione della XVI Giornata per la Storia, lo scorso 20 novembre, hanno organizzato un’escursione e Montefiore dell’Aso e un convegno di studi ad Acquaviva Picena.

ASCOLI PICENO – In occasione della XVI Giornata per la Storia, soci e amici della Fondazione Federico II di Jesi hanno vissuto, il 20 novembre scorso, una giornata di intense e significative esperienze culturali, attraverso un’escursione in mattinata a Montefiore dell’Aso, segnalato come uno dei borghi più belli d’Italia e, nel pomeriggio, un Convegno di Studio ad Acquaviva Picena a tema ‘Piacere, salute, arte e passioni del Medioevo’.

XVI Giornata per la Storia, l’escursione a Montefiore dell’Aso

Montefiore dell’Aso ha incantato al primo sguardo. Qui davvero ‘il paesaggio è uno stato d’animo’. Dal belvedere antistante le antiche mura si apre uno scenario immenso: un’ampia, ridente vallata con campi ben disegnati, vigneti, oliveti, casolari sparsi; al confine, sulla destra, si scorgono nitidi i monti Sibillini;  sulla sinistra, l’orizzonte del mare. Un’artista, Lina Damiani, ha lasciato sulla balconata una originale scultura in mosaico: una Tavola con frutta che richiama la varia e pregiata produzione frutticola della campagna circostante. C’è moltissimo da vedere nella cittadina e nei dintorni, ma non tutto è possibile visitare dal momento diverse chiese non sono aperte. Almeno due però sono accessibili: la Collegiata di Santa Lucia e il Complesso di San Francesco adibito a polo museale.

Prima di raggiungerli occorre informarsi almeno sommariamente sulla storia della cittadina. Di antichissime origini, Montefiore dell’Aso fu abitata da popolazioni autoctone e da Piceni, Liguri, Liburni, Pelasgi. D’importanza strategica, fu occupata da Goti, Bizantini, Longobardi e Franchi subendo le contrastate vicende dei guelfi e dei ghibellini. Nel XV secolo per concessione del papa Sisto V vi fu costruito l’Ospedale di Santa Maria della Misericordia; nei due secoli successivi visse il periodo di maggiore floridezza grazie alla presenza di diverse nobili famiglie e di grandi proprietari terrieri. Nell’800 il munifico sindaco Luigi De Vecchis fece installare un acquedotto e dotò la cittadina di un impianto elettrico autonomo, uno dei primi in Italia.

Oltre a questo personaggio di spicco altri non meno illustri sono da ricordare: il cardinale Gentile Pardino che lasciò a metà del XIV secolo nella chiesa di S. Francesco uno splendido monumento funebre in marmo, di scuola napoletana, dedicato ai suoi genitori; il pittore e xilografo Adolfo De Carolis il cui sepolcro è nella stessa chiesa; il pittore Carlo Crivelli, nato a Venezia nella prima metà del ‘400, ma vissuto a lungo nelle Marche, che lasciò a Montefiore dell’Aso un polittico meraviglioso considerato il suo capolavoro, purtroppo  ridotto a trittico perché nell’800 smembrato in tavole oggi esposte nei più importanti musei del mondo o disperse.

Anche grandi artisti contemporanei sono nati o sono vissuti qui a lungo: Giancarlo Basili, scenografo teatrale e cinematografico di fama internazionale a cui è dedicata una grande sala del Centro di Documentazione presso il Complesso di San Francesco; Adolfo De Carolis, autore di 69 bozzetti destinati al Palazzo del Podestà di Bologna e poi donati a Montefiore dell’Aso, che ora decorano magnificamente la Sala Consiliare dello stesso Complesso insieme ad una collezione completa delle sue xilografie. Non è da dimenticare anche Domenico Cantatore, pugliese, ma cittadino onorario di Montefiore dell’Aso a cui ha lasciato 114 opere grafiche.

Altro ancora da ammirare: l’intero ciclo degli affreschi dedicati alla vita di Gesù, del Maestro di Offida, che decorano l’antica abside della Chiesa di S. Francesco; il portale in arenaria della Pinnova risalente al X secolo, con formelle i cui soggetti sono ancora in parte da interpretare; e inoltre il Museo dell’Orologio dove sono conservati orologi di ogni epoca e meccanismi di quelli un tempo nelle torri civiche dei quali uno, rarissimo, risalente al XVII secolo. Si lascia la cittadina con la convinzione che Montefiore dell’Aso meriti senz’altro una più lunga visita e che sia uno splendido luogo di villeggiatura: il mare è a pochissimi chilometri, vicini sono anche i Sibillini e le campagne.

XVI Giornata per la Storia, il Convegno ad Acquaviva Picena:  Avventure con Donne Cortesi

Nell’antica, poderosa, fortezza di Acquaviva Picena, dove dicono che ancora si aggiri l’inquieto fantasma del Capitano della Rocca, ha avuto luogo nel pomeriggio il Convegno di Studio della XVI Giornata per la Storia organizzato dall’Ente Associazione Palio del Duca in collaborazione con la Fondazione Federico II di Jesi.

L’incontro si è tenuto nella Sala del Palio, prossima alla Piazza del Forte. Dopo il benvenuto del sindaco Sante Infrisoli e dell’assessore alla Cultura Marianna Spaccasassi, la direttrice del Centro Studi Federiciani, Franca Tacconi, ha presentato i relatori facendo presente che esiste un’ampia letteratura intorno ai temi quest’anno considerati dal Convegno. Primo a prendere la parola è stato l’ingegner Maurizio Medori, ex funzionario dell’Ufficio Tecnico del Comune di Acquaviva Picena, che ha trattato l’imbarazzante argomento del meretricio nel medioevo non con disinvoltura e malizia, ma conformemente ad una rigorosa documentazione storica.

«Già nell’antichità – ha esordito – esistevano a Roma le ‘lupae’, sacerdotesse sacre che praticavano la prostituzione. I lupanari caddero con l’impero romano, ma il meretricio continuò a diffondersi. Tra il ‘500 e il 1000 non si hanno notizie a riguardo, ma la prostituzione era certo praticata ovunque. Divenne anche nomade quando le città furono  abbandonate a causa di guerre, incursioni, pestilenze e la popolazione si rifugiò in campagne e villaggi. Nell’alto medioevo – ha osservato il relatore – tutti viaggiavano: i re con il loro seguito, i mercanti e i proprietari terrieri che controllavano i loro possedimenti, gli eserciti e i soldati mercenari. Ad eccezione dei chierici, che si muovevano alla ricerca di un maestro, tutti viaggiavano con scorte. A queste appartenevano anche ‘donne cortesi’ che seguivano il flusso di fiere, mercati e persino pellegrinaggi religiosi. Ci si prostituiva quanto mai frequentemente per necessità, per povertà, per sopravvivere in mancanza di altre risorse. Passato l’anno mille le città ripresero vita. Crebbe la popolazione in tutta Europa e si ritenne che la prostituzione dovesse essere istituzionalizzata; almeno in parte perché continuò ad essere praticata illegalmente specie in baracche di fortuna presso i fiumi, ‘au bord de l’eau’ (da cui il termine ‘bordello’).

Si costruirono però legalmente postriboli, bagni pubblici, detti ‘stufe’, e case d’accoglienza. La Chiesa osteggiò l’omosessualità, ma ritenne la prostituzione un male minore della società fino a quando la Controriforma  impose maggiori restrizioni e più severi controlli. Più tardi sarebbero venute le cortigiane di lusso, donne contese per la loro avvenenza, spesso anche colte, che posarono per pittori ed artisti».

A corollario della relazione la dottoressa Franca Tacconi ha ricordato le disposizioni prese a riguardo da Federico II. Nel primo libro del Codice Melfitano sancì che le prostitute venissero tutelate  equiparandole alle vedove e alle vergini; nel secondo, che le violenze subite dovessero essere denunciate entro otto giorni. Stabilì inoltre che alle madri accusate di aver prostituito le figlie venisse tagliato il naso. Gravissime condanne erano inoltre inflitte a chi uccideva una prostituta. Precedentemente il reato nemmeno esisteva e il colpevole non era né denunciato né punito.     

XVI Giornata per la Storia, il Convegno ad Acquaviva Picena: Negli orti segreti

«Si perde nella notte dei tempi lo studio delle erbe – ha esordito il dottor Roberto Magnani, medico chirurgo esperto in Fitoterapia e storia della Medicina – Fin dalla preistoria  presso tutte le civiltà si cercò di scoprire le loro proprietà, inizialmente in modo empirico e commettendo errori, poi codificandole e indicandone l’uso. A chi sapeva usare erbe curative vennero attribuiti spesso poteri magici. Nel medioevo lo studio delle piante divenne una vera disciplina presso università e monasteri. In questi i ‘monaci infirmatari’ furono delegati alla ricerca delle virtù terapeutiche e all’uso delle erbe che venivano assunte con preparazioni diverse: come tisane, come infusi di fiori e foglie o in polvere, mescolate con miele. Ogni convento aveva un ‘hortus simplicium’ dove si coltivavano erbe medicamentose. Erano almeno venti quelle di più largo consumo fra le quali salvia, basilico, liquirizia, aloe, papavero, avena, maggiorana, rosmarino, menta.

Venivano conservate negli ’armorium pigmentariorum’, da ritenere le più antiche farmacie. Una santa,  riconosciuta come tale solo nel 2012, ma vissuta intorno all’XI secolo, è considerata la ‘patrona delle erbe’: la monaca benedettina Ildegarda di Bingen,  autrice di due trattati sulle erbe. Al IX secolo risale invece la fondazione della Scuola Salernitana dove operò una eclettica dottoressa ricordata dalla storia: Trotula, autrice di un importante trattato di ginecologia, puericultura, fitoterapia, igiene, cosmesi. Con un famoso editto Carlo Magno sancì che dovessero essere coltivate almeno 89 specie di piante medicamentose di cui, obbligatoriamente sei: rosmarino, salvia, ruta, menta, cumino, dragoncello. Di alcune erbe, ancora oggi di uso comune, generalmente si ignorano le proprietà benefiche invece ben note in passato. In ogni modo molte delle antiche erbe sono entrate anche nella moderna farmacologia».

XVI Giornata per la Storia, Il Convegno ad Acquaviva Picena: Divertirsi a ricordare

Simpatico e divertente è stato l’intervento, quasi giullaresco, di Pierpaolo Pederzini, qualificato come ‘RimAttore, Comico mnemonico di contatto, Menestrello’. Ha parlato de ‘L’arte della memoria’, cioè delle metodologie a cui è possibile ricorrere per memorizzare le più diverse discipline. È una originale, utilissima materia che egli  insegna in tutte le scuole, anche in quelle primarie. La si fa risalire ad epoca lontana, quando non esistevano libri scolastici e gli allievi dovevano ritenere a memoria quanto ascoltavano dal maestro. Si fonda sull’abbinamento di un concetto astratto, scientifico o letterario, con un’immagine o una serie logica di immagini concrete e visibili. Ha strabiliato i presenti ricordando versi singoli di un canto del Paradiso di Dante suggeriti solo da un numero. Ha presentato questo gioco della memoria verseggiando in rima, sorprendendo per la sua abilità di ‘giocoliere della parola’ e regalando sorrisi a tutti.

Augusta Franco Cardinali

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Focus

Giulianova, il 5 agosto Augusto Di Stanislao presenta il suo nuovo saggio “Controvento”

Un libro che tratta di adolescenti, un piccolo manuale per i genitori di oggi e domani, in cui l’autore offre spunti e soluzioni

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presentazione saggio Augusto Di Stanislao Controvento

GIULIANOVA – Il prossimo venerdì 5 agosto, presso la Terrazza “Kursaal” a partire dalle ore 21, l’autore Augusto Di Stanislao presenta il suo ultimo saggio “Controvento – Riflessioni sull’adolescenza”. In questo nuovo libro, affronta il tema dell’adolescenza, con una particolare attenzione rivolta a tutti quei ragazzi che spesso si ritrovano privi di riferimenti e guide.

L’autore intende offrire soluzioni e nuovi spunti, in grado di fare la differenza. “Controvento” di Augusto Di Stanislao è una sorta di piccolo manuale utile ai genitori di oggi e di domani e a tutti coloro che volgiono avere maggori strumenti per interpretare meglio il mondo che cambia e che modifica leazioni, visioni e comportamenti.

A dialogare con l’autore, il giornalista Walter De Berardinis, mentre in apertura di serata l’Assessore alla Cultura del Comune di Giulianova Paolo Giorgini porterà i saluti dell’Amministrazione. Al termine della presentazione del suo ultimo saggio, Di Stanislao risponderà alle domande del pubblico. L’ingresso è gratuito.

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