Con gli “Gli amori di Malvina” torna l’eros raccontato da Antonella Aigle

Domenica, 26 Novembre, presso la sala consiliare del Comune di Martinsicuro, Antonella Aigle, di tutto un po', affermata scrittrice di eros, ma anche no (nel senso di anche altro) ha presentato il suo quarto romanzo.

Insieme al fotografo Cristian Palmieri, dal nome audace (mi ricorda quello del protagonista del film “Cinquanta sfumature di grigio” che io ho visto per ben due volte, della serie anche i poeti amano l’arcobaleno) e ad altri graditi ospiti ha messo su un dibattitto (tipo tribuna elettorale ma non noiosa, che si è spinto oltre la parola semplicistica che porta il nome di eros e, diciamolo, spesso anche denigrata ingiustamente per partito preso o per scarsa conoscenza.

Ha toccato invece anche tematiche più ampie come la violenza di genere e la libertà di espressione che, se attaccata, alla fine diventa un sopruso o un altra forma di violenza morale. Lo scatto con il quale il fotografo ha immortalato l’autrice ha colto in pieno l’anima di Antonella che è un anima libera e non credo fuori dagli schemi perché in determinati schemi ci siamo dentro fino al collo un po’ tutti, anche se ci distacchiamo da essi per ragioni di etica morale. Io abolirei questa parola.

L’etica morale ci distingue per cattiva informazione e per pregiudizi che hanno radici antiche difficili da estirpare.  Antonella ha iniziato il suo monologo alla Carmelo Bene (ve lo ricordate tutti chi era e chi è ancora), lui iniziava senza testo,  un incontro con la parola tirata fuori di getto, a cappella, per rubare un termine che si usa tra i cantanti. Non lo ha fatto come giustamente ha spiegato per scarsa fiducia nelle moderatrici ma perché  voleva mettersi ancora più a nudo di fronte a persone con l’intento, secondo me, di riuscire a spogliarle del superfluo che spesso accompagna l’eros. Eros, che conosciamo tutti, è il Dio dell’amore e gli antichi greci,? di cui so molto poco purtroppo, ma ci sto lavorando, usavano questa parola  per far riferimento a diversi aspetti dell’amore. L’amore non è a senso unico.

Ognuno è libero di viverlo come meglio crede, l’importante è non obbligare a scegliere una forma che non è uguale per tutti. Il termine veniva usato per descrivere non solo il rapporto coniugale più affettuoso e bello che possa esserci tra un uomo e una donna ma anche in relazione ad altre forme. Premesso questo, il romanzo che io ancora non ho letto ma che leggerò quanto prima, è una storia forte che inizia con una violenza. La protagonista è una ragazza libera che riesce ad esprimere con il proprio corpo tutto quello che ha dentro che non è da condannare ma da conoscere. La conoscenza rende liberi da ogni forma di convinzione. Ad un certo punto s’innamora perché in quel momento era la cosa giusta da fare, il sentimento di cui aveva bisogno.

Quello che ci fa star bene, dice Antonella, presenza la sua che regge bene la scena, è quello di cui abbiamo bisogno che, grazie a Dio, non è uguale per tutti. Io, ad esempio, ho bisogno di esprimermi in poesia, mi capita anche quando parlo, rischiando più volte di essere fraintesa o presa per I fondelli, perché il termine poetico non va di moda. Ma chi se ne frega. Lo stesso vale per Antonella o per chi ha bisogno di esprimersi in un modo che usa termini forti ma mai volgari. Essere se stessi significa non vergognarsi mai, soprattutto se il mio modo di essere non viola la libertà degli altri. Il suo monologo, torno a ripetere, non si è basato solo sull’eros, ma è andato ben oltre. Si è parlato di coraggio, la forza di ribellarsi ad una morale che ci vuole tutti uguali e la forza di riuscire ad esprimersi senza tener conto del giudizio. Purtroppo l’eros delle persone non va sempre d’accordo con l’opinione pubblica, ma si scontra con un muro peggio di quello di Berlino.

Antonella ha frantumato quel muro sperando che tanti seguano l’esempio. L’esempio di abbracciare quello che si è e si è sempre stati. E, se una persona parla in pubblico senza temere i riscontri di una morale impicciona, sa sempre quello che dice. Non si vergogna, e trasmette più di quello che potrebbe fare. Non si limita a quattro cazzate dettate dal non volere esporsi. Antonella continua la sua presentazione dicendo che c’è sempre un dettaglio che ci definisce e che esce fuori dagli schemi e che ci vuole tutti uguali. Perché – dice l’autrice – una normalità fuori dagli schemi  deve farmi allontanare da un giudizio positivo che mi ero creata? Lei stessa, attraverso le critiche non sempre costruttive sul suo conto, ma dedite al pettegolezzo (il pettegolezzo è quella cosa che non sai ma credi di sapere; abolirei anche questa parola) si è resa conto di quanto sia importante ad un certo punto della vita acquisire consapevolezza.

 

Ci sono persone che hanno bisogno di altro per essere normali  e fanno più fatica  perché devono sostenere il loro modo di essere fuori da uno stereotipo. Il fotografo Cristian Palmieri con la sua mostra ha messo in evidenza tutti i problemi legati ad una scarsa conoscenza e attraverso i suoi scatti ha reso omaggio alla libertà di tutte quelle donne che hanno avuto il coraggio di ribellarsi al pensiero comune per essere se stesse. Lisa, ad esempio è una di queste donne. Una donna che ama il “bondage” e lo “schibari”, meglio noto come Kinbaku, un’antica disciplina giapponese che non consiste solo nel legare una persona in un contesto erotico, ma assume altri significati se ci sforziamo di vederli questi significati. La  pratica è anche un modo per mettersi in contatto con il divino e per rappresentare scene di vita quotidiana. Chi lo pratica, ama essere legato per sentirsi finalmente libero da ogni costrizione, per trattenere fuori il mondo e per sentirsi protetto.

Io non potrei praticarlo perché soffro da anni di claustrofobia e, legata, mi mancherebbe l’aria. Il mio concetto di libertà è diverso, ho bisogno di spazi ampi e di movimento, ma devo essere onesta, arrivata alla mia età e con una schiena a pezzi, ci rimarrei secca all’istante. Cerco di ironizzare un po’ su una mancanza di rispetto che a volte abbiamo per i desideri altrui. Sto cercando, non so se ci sono riuscita, di scrivere un pezzo in linea con la serata che Antonella ha voluto regalarci. Una serata all’insegna dell’arte e del prendersi in giro trattando di argomenti anche impegnativi legati ad una parola che non conosciamo bene. Ora l’abbiamo conosciuta. Sta a noi mantenere con essa il giusto rapporto che merita. La si può scegliere, la si può amare, la si può anche non condividere.

L’importante è non denigrarla sempre e comunque per associazione di idee malsane. Per finire, Malvina, attraverso i suoi amori, sceglie di essere se stessa . Decide per sé. Non importa come dice l’autrice se il suo amore non è normale e, se ad un certo punto, succede qualcosa di tragico che mette a rischio la sua sanità mentale. Antonella, giustamente, non svela questo particolare che è il nocciolo della trama, perché altrimenti toglierebbe il gusto della lettura.

Si ringraziano gli ospiti che sono intervenuti: il fotografo Cristian Palmieri, la libraia Bruna, Lisa, una donna come tante,   la psicoterapeuta Ismaela Evangelista, Caterina Falconi, anche lei scrittrice che è uscita con “Pizzo Nero” al festival di Zibello e il sindaco Massimo Vagnoni che è intervenuto a fine serata in modo piacevole scambiando quattro chiacchiere con l’autrice pertinenti ad una contesto leggero e impegnativo allo stesso tempo.

Si ringrazia anche tutto il pubblico intervenuto che, a mio avviso, si è divertito e ha partecipato con interesse al monologo, compresa io. Alla prossima, Antonella!