Martinsicuro, successo per la presentazione del romanzo di Federico Fabbri “L’inferno non ha nuvole” [FOTO]

MARTINSICURO – Venerdì, 23 marzo, presso la Casa Truentina di Martinsicuro è stato presentato il nuovo romanzo di Federico Fabbri dal titolo: “L’inferno non ha nuvole”. La presentazione è stata la prima di tre eventi all’interno della rassegna “Primavera d’autore” organizzata dall’Associazione culturale Martinbook, con il patrocinio del Comune di Martinsicuro. La poetessa e attrice Sara Palladini, nota e affermata artista locale, ha moderato la serata e ha dato voce ad alcuni brani tratti dal romanzo. Ha colloquiato poi con l’autore stesso attraverso un botta e risposta che ha coinvolto il numeroso pubblico presente.
Ma entriamo nel vivo del romanzo, nel suo cuore pulsante che, già da subito, ci ha comunicato qualcosa di bello e terrificante al tempo stesso. Il protagonista, senza svelare troppo sulla trama, affronta un viaggio all’interno di se stesso attraverso la sofferenza umana. Vissuto in un orfanotrofio ha dovuto affrontare la prima crudele forma di abbandono che lo segnerà visibilmente e lo spingerà in seguito alla ricerca della felicità perduta. Il desiderio forte di avere una famiglia lo spinge a fermarsi a Santa Sofia, un paese della Romagna dove trova subito, non una, ma tante famiglie di vecchi che lo accolgono e con cui si sente per la prima volta a casa. L’autore stesso ha usato il termine di “vecchio” perché è la parola più bella del vocabolario. Mi trovo solidale con lui. Il vecchio sa accogliere, sa raccontare, sa consigliare, sa divertirsi. Io non ho letto il romanzo ma, la moderatrice, è riuscita a tirar fuori da quell’albero che fa da sfondo sulla copertina, l’anima dell’autore stesso che è simile a quella di Denis, l’amico scomparso al quale il libro è in parte dedicato, Questo (io) che si fonde con il (tu) fino a diventare un (uno) è quanto di più bello e di più drammatico un legame possa avere. Il sentire una mancanza in questa sorta di legame sacro è come se lentamente venissimo amputati dei nostri arti fino a scomparire. Ora provate ad immaginare quanto possa essere dolorosa un’amputazione totale e poi provate ad immaginare, forse mettendoci un po’ di fantasia, una conseguente rinascita. Morire in due, uno materialmente, l’altro nell’anima, e rinascere insieme in un unico essere più forte e consapevole di prima. Chi riesce a vivere questa storia fantastica ha qualcosa di sacro che va al di là della comprensione umana. Fin dall’inizio, quindi, si parla di amicizia. L’amicizia non sostituisce la famiglia ma crea un ponte per arrivare alla comprensione di essa attraverso altri legami che fanno da
garanti senza dover scomodare i legami di sangue. Sono legami indistruttibili, nella loro fragilità e dolorosi come tatuaggi indelebili sulla pelle. Ad un certo punto, al protagonista, il paese di Santa Sofia non basta più e decide, così, di intraprendere un viaggio in Africa, un paese che lo affascina non soltanto per i tramonti, i deserti, le notti stellate africane. Lo affascina soprattutto per la diversità che unisce e non separa. Il protagonista sceglie una coppia africana per la sua traversata che non è di certo una vacanza su una nave da crociera. Con i vecchi, il nostro eroe, che non sa di essere un eroe, trova la famiglia, con la coppia di africani trova un legame forte d’amicizia incondizionata, come un patto di sangue. L’amicizia che salva la vita a tutti i costi ad entrambi. Questa forma di sacralità che ho trovato nelle parole dell’autore fa un po’ paura. Non tutti la conoscono o la riconoscono. Per qualcuno può sembrare finta, quasi come un pretesto per raggiungere uno scopo diverso. Questo darsi agli altri porta ad una forma di isolamento costrittiva che ritorna all’abbandono e porta fuori da un contesto psicologico che ci vuole tutti procacciatori di amici a seconda della convenienza momentanea. E voi cari futuri lettori, potete capire quanto questo libro introspettivo possa arrivarvi a scavare dentro fino a farvi vedere l’inferno. Ma è un viaggio necessario, senza ritorno. Un viaggio che va sempre avanti fino all’incontro con se stessi, fino alla fine della sofferenza.

La serata è stata molto convincente. Finalmente si è parlato di temi che vanno oltre la politica o gli argomenti da salotto. Si è parlato di abbandono, di famiglia, di amicizia, di democrazia e dittatura. Si è parlato di sani egoismi che ci portano alla ricerca di persone alle quali ci sentiamo di dover salvare la vita. Questa forma di sano egoismo è bilaterale, come un dare e avere incondizionati; è un darsi reciprocamente senza che l’uno debba chiedere niente all’altro. Ci si dona inconsapevolmente per arrivare ad uno status di benessere naturale che ci appartiene da sempre. Ognuno di questi temi rappresenta la bellezza. Anche la morte di Denis è brutta e bella al tempo stesso perché paradossalmente essa ha dato la forza all’autore e al protagonista di fare altro come ad esempio scrivere al fine di ricordare e rinascere in qualcuno di più forte.

La serata si è conclusa con viva partecipazione da parte del pubblico emotivamente coinvolto, compresa io.
Per la bella serata si ringraziano l’autore Federico Fabbri, la moderatrice Sara Palladini che, attraverso la sua magica voce ci ha portato fino in Africa; la professoressa Alessandra Bucci nota poetessa e scrittrice locale che insieme a tutto lo staff del Martinbook si è data molto da fare per la realizzazione di questa serata. Si ringraziano altri componenti del gruppo da Vilalba Cistola a Mimmo Iurlaro che ha curato la parte tecnica e il giornalista Matteo Bianchini in qualità di presidente del Martinbook. Lui c’è sempre anche se non si vede. Lavora dietro le quinte e il risultato si vede. Un grazie doveroso e sentito anche a lui.
Altri doverosi ringraziamenti vanno a Moira Marconi, presidente del quartiere Tronto, a Pinuccia Camaioni, vice sindaco e assessore alla pubblica istruzione, ad Emma Zarroli, consigliere comunale sempre attenta e partecipe ad ogni forma di rappresentazione culturale.

Vorrei fare poi un ringraziamento dovuto e sentito al fotografo Cristian Palmieri il quale ci ha omaggiato della sua presenza attraverso la sua arte. L’artista, attraverso la sua mostra fotografica “Fuori dall’ombra” che sta portando in giro per il mondo, vuole omaggiare il mondo femminile portando la donna al centro della sua proposta culturale. Il suo desiderio è quello di presentare la donna come protagonista di una società contemporanea che ancora non sa riconoscerla come tale. La donna fin dai tempi antichi è stata la musa ispiratrice dei poeti e degli artisti. Ma è anche altro: lavoratrice, madre, moglie, compagna e purtroppo molto spesso ancora vittima innocente. Quello di Palmieri è un doveroso omaggio ad una donna che merita ancora tanto e che chiede solo di essere ascoltata.
Grazie ancora a Cristian Palmieri per i suoi scatti che hanno arricchito la serata attraverso le immagini che arricchiscono questo articolo.

Un ringraziamento particolare a tutto il pubblico che è intervenuto numeroso e che ha risposto positivamente a questo primo incontro culturale.

Foto di Cristian Palmieri