Alla Galleria SpazioArte della Fondazione ARCA di Senigallia, la mostra “Oltre i tabù” di Antonio Delle Rose e Paolo Monina

Mostra a cura dello storico d'arte Andrea Carnevali. Intervista al pittore marchigiano Antonio Delle Rose

SENIGALLIA – Pittura e fotografia celebrate all’interno di una terra artistica e profetica: fino agli inizi del XX secolo la grafia più diffusa anche in lingua italiana era Sinigaglia, come attestato da Dante nel Paradiso della sua Divina Commedia e da Carducci ne ”Il canto dell’amore”. Siamo dunque a Senigallia, tra Monte Conero e mare Adriatico, tra surrealismo paesaggistico e suggestione storica. Il pittore Antonio Delle Rose e il fotografo Paolo Monina sono in esposizione fino al 6 gennaio 2019 presso la galleria SpazioArte della Fondazione ARCA; quest’ultima nasce dalla condivisione di uno speciale progetto sociale che lega due dimensioni apparentemente distanti invece affiatatissime: autismo ed arte. Una mostra curata da Andrea Carnevali sul tema dei sentimenti negati dalla paura e dai dolori: l’arte cerca di correggere la paura di poter sbagliare, imponendo a se stessi dei divieti forti che diventano tabù.

Antonio Delle Rose

Antonio Delle Rose è un pittore marchigiano (Pesaro) e rappresenta una forte personalità del panorama artistico regionale; ha voluto raccogliere la sfida di esporre in uno spazio piccolo nel cuore di Senigallia per dare voce e respiro alle sue opere dolorose e vive. Le sue rose, piene di spine, possono ferire una mano o un braccio. Il tema dei fiori è ispirato a Gina Pane, artista francese che lavorò sul concetto di amore come esperienza di amara disperazione. La sofferenza, che può essere legata ad un sentimento forte, fu da lei affrontata in una sorta di performance dal titolo Azione sentimentale (1973) allestita presso la Galleria Diaframma di Milano.

Abbiamo posto ad Antonio alcune domande a cui ha riposto con garbo e gentilezza estrema. Oltre i tabù”: quali sono i tabù odierni, in questa società forse fintamente aperta e apparentemente esente da essi? Mi stai ponendo una domanda complessa e tormentata e fastidiosa, nondimeno è una – anzi è l’interrogazione topica, poiché ineludibile e quindi necessaria, per tutti coloro che seriamente intraprendono il difficile impegno espressivo nel non limitabile mondo dell’arte. “Oltre i tabù” è stata l’intenzione (più incosciente) che ha dilagato, da est a ovest, da nord a sud, per tutto il ‘900: sia in politica, sia nell’ambito delle mode e del costume, sia -ed era cosa inevitabile- in arte. Sebbene all’inizio ( quello delle Avanguardie storiche) questa intenzione di andare “Oltre” fosse assolutamente necessaria e direi consapevolmente conquistata, tuttavia nel suo procedere è divenuta una comoda abitudine, un confuso vezzo e una arbitraria giustificazione; quella giustificazione, quel vezzo e quella abitudine che hanno dato vita all’accademismo delle Ricerche, delle Sperimentazioni, delle Innovazioni e delle Contaminazioni dei linguaggi ( che il Croce avrebbe definito allotri) dell’arte contemporanea. Accademismo dell’oltre tutto e malgrado tutto e indifferente a tutto… Tuttavia, sebbene appaia come una formula magica di totale e olimpica libertà, non ci stiamo accorgendo che l’audace, il mirabolante “Oltre” è stato condotto, da un furente corteo bacchico, nella prigione della finanza e messo alle catene della tecnologia. Risulta curioso allora ricordare come, nel clima evoluzionista e positivista del passato secolo, mentre l’arte prendeva le distanze dai tabù culturali e la maggior parte delle tantissime correnti artistiche si ponevano in sudditanza alle geometrie, alle matematiche e alla relatività e all’indeterminismo fisico,    la Psicanalisi, invece, recuperasse il mito, ovviamente nei suoi aspetti primordiali, ossia intramontabili, tenendosi ben lontana da intenti oleografici… tanto che la roboante richiesta di paternità invocata dai Surrealisti a Freud, creò seri problemi al vecchio psichiatra, il quale dichiarava di non comprendere che cosa ci fosse in comune. L’Accademia del ‘900 ci ha lasciato Libertà, Azzeramenti e Nonsenso: questi io reputo i Tabú odierni, i quali, sia pure in metastasi, continuano ciecamente a rigenerarsi. Mi sto dilungando, è vero… faccio appello alla tua pazienza. Vorrei chiudere con due citazioni. Le ritaglio da una intervista fatta a Francis Bacon nel 1991-1992, interrotta dalla sua morte. E visto che sono brevi le riporto per esteso.

In epoca piú vicina a noi, tra i contemporanei, quali sono i pittori o le correnti pittoriche importanti per lei? Domanda difficile. Dopo Picasso, non so bene. In questo periodo alla Royal Academy c’è un’esposizione di Pop Art. Ci sono andato dicendomi: “Magari c’è qualcosa che può aiutarmi, che può arricchirmi, impressionarmi”. Ma quando si vedono tutti quei quadri riuniti insieme, non si vede niente. Trovo che non ci sia nulla là dentro, è vuoto, completamente vuoto…

Per tornare agli scrittori contemporanei, ha letto Samuel Beckett, irlandese come lei, al quale ci si è richiamati per trovare un equivalente letterario alla sua opera? Credo che Beckett abbia cercato di dire molto eliminando piú cose possibili per liberarsi di tutto il superfluo. E’ un procedimento interessante. In pittura si è abituati a lasciare troppe cose, non si toglie mai abbastanza, ma in Beckett ho avuto spesso l’impressione che a forza di voler togliere non sia rimasto piú niente, che questo niente suoni a vuoto, e che tutto questo abbia come risultato un vuoto totale.

Quali sono i motivi interiori rintracciabili che la spingono a creare silenti opere d’arte? Gli antichi credevano che ogni uomo nascesse con un proprio Demone, il quale avrebbe segnato la loro esistenza fino alla morte. Nonostante non ne avessi consapevolezza, il mio Demone decise di impormi uno studio fuori di casa all’età di tredici anni. Bene o male non so, in ogni caso io sono cresciuto e mi sono formato all’ appartata e meravigliata scuola delle forme e dei colori e, per cosí dire, con i colori e le forme mi sono, sempre piú consapevolmente, rapportato al mondo.  Oggi, ne sono convinto, posso dire che è stata una formazione in prima istanza spirituale; poiché non nasceva da combinazioni esterne, non aveva riferimenti imitativi, non appartenevo a qualche raggruppamento di coetanei che avessero lo stesso interesse né, tanto meno, da un qualche calcolo economico; nulla di tutto ciò. Avvertivo soltanto un ignoto turbamento a cui mi assoggettavo con ingenua commozione e umile applicazione… e la commozione mi portava vibrazioni grandiose, mentre l’applicazione mi avvolgeva con le sonorità della devozione. Fin qui, diciamo che è il “fanciullino” a parlare… poi sono giunti le letture e gli studi e al Demone inconsapevole si accostò la consapevolezza eraclitea del: “Il carattere è per l’uomo il suo Demone”. Detto in altri termini mi resi presto conto che tutto il fare espressivo rispecchia la natura profonda di colui che lo realizza. Si formarono insomma quelli che posso definire gli intenti, le finalità poetiche del mio fare pittorico. La prima formulazione teorica rifiutava sia la semplice visione constatativa della realtà, sia l’inutile formula tautologica del denunciare utilizzando il linguaggio delle cose denunciate. La mia pittura, mi sembra che lo presenti senza ambiguità, alle schifezze del mondo non replica con immagini schifose, alle nefandezze del vero non ammicca con nefandezze del verisimile pittorico. Potrebbe apparire come estetizzante formula edulcorata e evasiva… Tuttavia credo che delle bassezze umane ne parlino ampiamente i telegiornali e la radio e i giornali, che lo debba sottoscrivere anche l’arte, mi pare perlomeno eccessivo. Dunque non è una fuga, non è evasione, ma un sentire differente; nondimeno (lasciando perdere le categorie della critica d’arte come ricerca e sperimentazione – poiché sono l’effetto non la causa) ripeto, non tutti i caratteri sono uguali. All’arte spetta il canto di gloria; essa è nata dal buon auspicio del Dio Musagete, delle Muse e della Memoria: sebbene sia inseparabile dal mondo a lei spetta il compito di cantare ciò che qui manca.  In estrema sintesi questo è l’antefatto… ma è anche la risposta.

Una mostra sui sentimenti negati dalla paura e dai dolori. Cosa rappresenta questa mostra? Com’è stato unirsi in simbiosi artistica con Paolo Monina?  La mostra alla Fondazione ARCA di Senigallia, curata da Andrea Carnevali, ha affiancato i miei disegni pittorici alle foto di Paolo Monina che io non conoscevo. La scelta di Carnevali, relazionata al tema della mostra, è risultata pertinente proprio in relazione a quanto detto alla seconda domanda che mi hai posto. “Mettete fiori nei vostri cannoni” dai Figli dei fiori alle contestazioni giovanili è stato l’incipit di un contro pensiero politico. Nonostante il fatto che queste opere siano una mia minuta produzione pittorica, nutro per loro una certa svagata commozione. Sono rose tutte recise sospese in spazi verticali; si presentano come le mie figure femminili; e come queste, nel loro breve attimo d’esistenza, guardano lo spettatore con solenne e nobile orgoglio… ovvero di essere quell’”Oltre” o quell’altro che manca fra paure storiche e dolori spirituali. Non tralasciamo la relazione con la Rosa Mistica.

La domanda più difficile. Mi racconti qualcosa che racchiuda la propria anima, da qualsiasi punto di vista possibile. Infine cosa si porta dietro artisticamente della sua terra, le Marche, terra amata, passionale e forse troppo abbandonata. Ho sempre tentato di mantenere viva una domanda fondamentale: “A che i poeti in tempi di privazione?” … è un verso della poesia Pane e vino di Hölderlin, che amo citara e ripetere di tempo in tempo senza stancarmi. E’ evidente la cadenza lirica non solo nel verso ma nella stessa impostazione della domanda… e ciò indirizza il fare artistico non verso individualistiche chiose biografiche, né verso lamenti tutti soggettivi, bensì apre a quella ironia epica in cui la natura singola si rapporta con l’Assoluto; non nel senso religioso o metafisico, come dire? desiderio inappagabile di immergersi nell’infinità divina al di là della realtà contingente: no, non in tal senso; ma, al contrario, come costante intenzione di elevare spiritualmente quel quarto d’ora di vita contingente che ci è stata concessa… da chi? ognuno decida liberamente la risposta. Ma il problema non è il quanto, la durata del tempo, sebbene sia la motivazione maggiormente pubblicizzata, è una falsa preoccupazione; è il come si vive quel quarto d’ora o mezz’ora o ora a dar senso alle nostre esistenze, al nostro pensare, al nostro operare… il resto è Supermercato.

Il mio quarto d’ora mi trovo a viverlo nelle Marche. La Marca, terra di confino pontificio, terra restia, segnata da un isolamento a volte rancoroso, limitata da un campanilismo miope per quanto arrogante, tanto che il  “Perché non siam popolo,/ Perché siam divisi” dell’Inno di Mameli sembra calzare alla perfezione per questa regione; nondimeno è una terra fertile di sensibilità e di intelligenze vive e pulsanti, le quali  però -è una lunga tradizione- sono obbligate a trovare in altre regioni un consenso e un’attenzione che la Marca non offre per atavica distrazione.  La disattenzione e la miopia più drammatiche le ha vissute e patite il Leopardi… in ogni caso la genialità marchigiana -è un dato di fatto- ha sempre dovuto espatriare: ma questa è cronaca e lascio perdere.  L’isolamento, fin qui letto in chiave negativa, ha però una sua valenza positiva; offre un tempo di riflessione maggiore, concede autonomia di letture della realtà, che in regioni maggiormente pressate dagli eventi contingenti sono difficili da rintracciare. Il Leopardi che ho ricordato è figura emblematica e chiarificatrice di quanto voglio dire: allora la uso. Il Leopardi, a differenza del Foscolo e del Manzoni, risulta un intellettuale isolato, non è organico a nessun gruppo sociale, non è legato a nessuna ideologia dominante nella sua età, anzi manifesta reazioni e opposizioni ardite e, nei confronti dei “falsi miti del progresso”, ha una critica imperiosamente spietata: paradossalmente ad offrigli tale opportunità è stato proprio l’isolamento marchigiano. E per Licini, in fondo, il discorso è identico… e in questo io mi ci ritrovo.

Grazie Antonio.