Il “senso” inutile del femminicidio

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Femmincidio (o anche femicidio e femmicidio ) secondo l’Accademia della Crusca non è da intendersi solo come <<uccisione di una donna o di una ragazza>>, ma anche come <<qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte>>.

NERETO – Ore 12:18 di martedì 9 ottobre. Dal telefono di Mihaela Roua non si visualizza più nessun accesso. La madre dalla Romania la chiama ripetutamente, la titolare dal posto di lavoro dopo aver scambiato una veloce videochiamata con lei, non ha più nessuna notizia. Sua figlia, in braccio ad una assistente del comune da dentro lo scuolabus, si chiede perché la mamma sia in ritardo. Non è mai in ritardo. Mihaela non risponde, Mihaela non può rispondere. È morta. L’ennesimo femminicidio.

Questa volta è accaduto a Nereto, ad una donna che abbiamo incrociato mille volte al supermercato, ad una festa di compleanno di qualche compagno di classe della figlia o in coda alle Poste per pagare una semplice bolletta.

Mihaela, bella, giovane, innamorata della vita, innamorata della sua bambina dolce, splendida come lei. E come lei un giorno crescerà e sarà donna, “femmina” e si ritroverà a leggere come la nostra edulcorata società del benessere, civilmente educata nel rispettare l’ambiente, gli animali, il diverso, non abbia alcun rispetto della vita stessa, tanto da dover rendersi conto di quanto sia realistica e non puramente astratta, la definizione redatta da una prestigiosa Accademia che descrive con disarmante concretezza, il “tipo” di omicidio del quale è stata vittima sua madre.

Sì, perché l’omicidio perpetrato nei confronti di una donna ha una sua classificazione, ha una sua ben distinta spiegazione e sembra uscire dal “contenitore omicidi” ed entrare in un altro, distinto e separato. Mi chiedo quindi il perché del nostro bisogno di dividere in categorie il crimine più efferato, quello più disumano: l’omicidio.

Nessuna persona può morire “ammazzata”. Se classificata in un contenitore speciale, la violenza contro le donne deve essere trattata fin dall’inizio come una dimensione diversa, come una realtà che si veste di una protezione speciale da parte dell’intera società, altrimenti resta omicidio e basta.

Uccidere una donna non è più grave che uccidere un uomo e se separiamo i crimini senza costruire un adeguato supporto alla richiesta d’aiuto che arriva dalle donne, non facciamo altro che dare alle donne stesse, solo un alone di inferiorità rispetto all’uomo.

<<Con la legge 11 gennaio 2018, n.4 la pena riservata alla persona che uccide il proprio coniuge, anche se separato, non è più quella prevista fra un minimo di 24 anni e un massimo di 30, bensì trova direttamente applicazione nell’ergastolo>>.

Si parla quindi di coniuge. Se il coniuge in questione è la donna, e pertanto parliamo di femminicidio, allora abbiamo il dovere morale e civico di far sì che non resti solo una definizione “speciale” sulla carta, nella spiegazione di un termine su un dizionario ma che porti con se una vera e propria azione di protezione sociale nei confronti di tutte le donne incapaci di reagire.

Parliamo di violenza “contro le donne” e di “femminicidio” come se fosse un qualcosa che riguarda solo le donne, come se appartenesse soltanto a noi ma riguarda tutti. Altrimenti resteremo fermi, bloccati nel tempo a pensare che solo dopo la sua morte una donna ha diritto ad un “trattamento privilegiato con la definizione –speciale- di femminicidio!”

Nel 1961 Oriana Fallaci pubblicò, “Il sesso inutile” un viaggio nell’universo femminile dall’Oriente fino a New York, alla scoperta di un mondo, quello femminile appunto, come se fosse un segmento a sé. La Fallaci parla con tante donne e ci racconta questi incontri con uno stile semplice e chiaro, riportando esclusivamente i fatti, senza arrivare ad una conclusione affrettata. Si dà il tempo di conoscerle tutte, di cercare di entrare nei loro cuori e di vedere la vita con i loro occhi, per poi scoprire che qualsiasi donna, in qualunque parte del mondo, è destinata all’infelicità.

Era il 1961 e oggi 13 ottobre 2019 ci rendiamo conto che le riflessioni di Oriana Fallaci sono più vere che mai, infatti lei scriveva: <<[…] i problemi fondamentali degli uomini nascono da questioni economiche, razziali, sociali, ma i problemi fondamentali delle donne nascono anche e soprattutto da questo: il fatto d’essere donne>>.

Se siamo destinate ad entrare in un contenitore o ad avere una classificazione speciale post mortem, allora credo sia giunto il momento di rendere concreta e davvero speciale l’azione di supporto e aiuto alle donne vittime di tali soprusi prima che esse avvenga. Altrimenti resta un omicidio e basta!