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Italia sempre più in crisi. Lo rivela il rapporto annuale Istat

Benedetta Mura

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Un’Italia sempre più in crisi. Lo annuncia il rapporto annuale Istat (https://www.istat.it/it/archivio/244392) presentato il 3 luglio scorso a Montecitorio. Il rapporto mostra l’attuale scenario sociale, economico, sanitario del Paese, evidenziando come l’arrivo della pandemia abbia registrato un impatto significativo e critico sulle vite degli italiani. Questa ricerca affronta le più importanti e delicate tematiche come: sanità e salute, mobilità sociale, diseguaglianze e lavoro, sistema imprenditoriale e criticità strutturali.


Nel discorso di apertura il Presidente della Camera Roberto Fico ha dichiarato che le forti diseguaglianze acuitesi durante l’attuale pandemia sono addirittura più ampie di quelle registrate in seguito alla crisi mondiale del 2008. <<La crisi determinata dall’emergenza rischia di acuire drammaticamente divari sociali ed economici già giunti a livelli inaccettabili, e ciò vale come il rapporto rileva, soprattutto per il lavoro>>. Così afferma Fico aggiungendo inoltre che le categorie di soggetti più a rischio sono in particolar modo le donne, i giovani e i lavoratori del Mezzogiorno. Questi registrano, in loro sfavore <<retribuzioni inferiori rispetto alla media ed elevati rischi di perdita di lavoro>>. Dopo il Presidente della Camera ha preso parola il Presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, che ha illustrato nel dettaglio i dati raccolti.


Alla complessa cornice economico-sociale presentata, si aggiunge anche la difficile situazione delle micro e piccole imprese. La crisi causata dall’emergenza sanitaria ha colpito pesantemente questo settore che con fatica cerca una soluzione alle problematiche riscontrate.


Anche quello sanitario è uno dei settori vittima della crisi da coronavirus. La pandemia ha messo a nudo le carenze della sanità. Gli effetti immediati si sono visti con l’aumento del tasso di mortalità della popolazione. Il rapporto analizza anche l’impatto che il covid-19 ha avuto sull’assistenza ospedaliera. La quantità e la qualità di quest’ultima hanno avuto una riduzione significativa. Lo stress di domanda relativo ai casi di coronavirus ha tolto tempo e spazio a tutti gli altri pazienti che presentavano diverse patologie ma la stessa necessità e urgenza nella cura. Come affermato nel rapporto: l’inevitabile redistribuzione di risorse e una temporanea riorganizzazione dei percorsi di cura potrebbero avere già avuto un impatto sulla salute dei cittadini, in termini di ritardi diagnostici e di trattamento. Le preoccupazioni maggiori riguardano le patologie cardiovascolari ed oncologiche.


Se da una parte aumenta il tasso di mortalità, dall’altra diminuisce ulteriormente quello di natalità. Si stima che nel periodo post-covid il crollo di tale percentuale sarà ancor più massiccio. Sempre meno italiani sono e saranno disposti a fare figli, disincentivati dal persistente clima di incertezza e crisi.


Un’altra criticità illustrata da Blangiardo è quella relativa all’istruzione. Il Presidente dell’Istat ricorda: <<l’Italia ha affrontato lo choc della pandemia in una situazione di svantaggio consistente nel confronto con gli altri paesi avanzati, sia in termini di livelli di scolarizzazione che di digital divide>>. Sottolinea inoltre come l’Italia sia, a livello europeo, uno tra i paesi con il più basso livello di scolarizzazione.

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Aborto: Ministro Speranza annuncia le nuove linee guida

Benedetta Mura

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<<Le nuove linee guida, basate sull’evidenza scientifica, prevedono l’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico in day hospital e fino alla nona settimana. È un passo avanti importante nel pieno rispetto della 194 che è e resta una legge di civiltà>>. Queste le parole del Ministro della Salute, Roberto Speranza, riportate nei suoi canali social Facebook e Twitter. Una dichiarazione storica che cambia le carte in tavola in tema di aborto. Qualsiasi donna che vorrà interrompere la gravidanza potrà assumere la pillola abortiva, Ru486, in day hospital, entro la nona settimana di gestazione e senza sottoporsi a ricovero. Il farmaco potrà essere somministrato sia in ambulatorio sia in consultorio, previa una specifica spiegazione, da parte di un’equipe di professionisti, della procedura di assunzione e delle conseguenze.

Cambiano così le linee guida in materia, dopo ben dieci anni. Una svolta in campo medico, frutto di scelte ben ponderate. Il Ministro Speranza ha comunicato la notizia solo dopo un’attenta analisi da parte dell’Istituto Superiore di Sanità, che ha così decretato legittima l’interruzione della gravidanza mediante metodo farmacologico, senza la necessità di ricoverare la paziente per tre giorni e prorogando il termine dalle sette alle nove settimane di gestazione. Una decisione che da voce alle donne, rivendicando uno dei diritti fondamentali, propri delle democrazie contemporanee.

Questo tema è tornato sotto i riflettori in seguito alla decisione della regione Umbria, che a giugno ha revocato la delibera regionale del 2019, proclamando lo stop alle interruzioni di gravidanza in day hospital, ritenendo necessario effettuare il ricovero di tre giorni. In seguito a questo caso, Speranza ha deciso di rivedere i principi attualmente in vigore. Secondo quanto disposto dalle direttive approvate il decennio scorso, queste consigliavano il tre-giorni ospedaliero per la paziente che decideva di assumere la pillola abortiva. Nonostante ciò la maggior parte delle strutture in Italia ha sempre optato per la somministrazione ambulatoriale, e quindi senza procedere al ricovero.

Una prima reazione a caldo è stata quella della regione Piemonte. L’assessore regionale agli Affari legali, Maurizio Marrone, ha dichiarato che prima di adottare le nuove linee guida chiederà un parere all’avvocatura regionale, in quanto non pienamente convinto delle recenti disposizioni, che potrebbero, secondo lui, non dare le giuste garanzie alle pazienti che si sottopongono all’aborto. Altri pareri negativi provengono da diverse associazioni e movimenti anti-aborto, che si sono espressi in maniera severa contro questo nuovo provvedimento governativo. Mentre Donatella Tesei, presidente della regione Umbria, dopo la polveriera sollevata i mesi precedenti, ha dichiarato: <<siamo pronti ad adeguarci ad una chiara ed univoca linea del Ministero>>. Parole che sembrano cancellare quanto emerso il periodo scorso, con la volontà da parte della Tesei e della Regione di conformarsi alle novità introdotte.

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Capitale della cultura italiana 2022: 28 le città candidate

Benedetta Mura

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Sono 28 le città in lizza per il titolo di “Capitale della cultura italiana 2022”. Ancona, Arezzo, Arpino (Frosinone), Bari, Carbonia (Sud Sardegna), Castellammare di Stabia (Napoli), Cerveteri (Roma), Fano (Pesaro Urbino), Isernia, L’Aquila, Modica (Ragusa), Molfetta (Bari), Padula (Salerno), Palma di Montechiaro (Agrigento), Pieve di Soligo (Treviso), Pisa, Procida (Napoli), San Severo (Foggia), Scicli (Ragusa), Taranto, Trani (Bat), Trapani, Tropea (Vibo Valentia), Venosa (Potenza), Verbania (Verbano-Cusio-Ossola), Verona, Vigevano (Pavia), Volterra (Pisa). Una lista a forte carattere meridionale. Sono, infatti, numerose le città del sud in gara, desiderose di conquistare la vittoria. Entro il 12 novembre la commissione di valutazione comunicherà le finaliste, restringendo la cerchia a sole dieci città. Un’iniziativa nata nel 2015 e promossa dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, che ogni anno premia la città con il miglior progetto di investimento culturale, assegnandole una cifra sostanziosa pari a un milione di euro. Il titolo ha durata annuale e la vincitrice deve, grazie alla somma percepita, passare dalla teoria alla pratica, dando vita al progetto culturale cittadino.

<<In tutte le sue edizioni la Capitale della cultura ha innescato meccanismi virtuosi tra le realtà economiche e sociali dei territori. Non è un concorso di bellezza, viene premiata la città che riesce a sviluppare il progetto culturale più coinvolgente, più aperto, innovativo e trasversale >>– queste le parole del Ministro del Mibact, Dario Franceschini.

Al suo primo anno di nascita, nel 2015, sono state elette le città di Cagliari, Ravenna, Perugia, Lecce e Siena; negli anni a seguire ci sono state: Mantova (2016), Pistoia (2017), Palermo (2018). Nel 2019, invece, il titolo non è stato assegnato; mentre sia per il 2020 che per il 2021 è stata designata Parma. Titolo, quindi, prorogato per un altra annata per la cittadina emiliana, così come stabilito dal DL rilancio. Inoltre, sono già noti i nomi delle capitali italiane per il 2023. Saranno Bergamo e Brescia a farsi portatrici di questa carica. Un titolo assegnato ad honorem, in segno di solidarietà per due Comuni che hanno sofferto tanto e continuano a combattere durante questo duro periodo di crisi sanitaria.

Quello di Capitale della cultura è un progetto nato da poco nel nostro Paese, ma che nel panorama europeo vanta già anni di esperienza. La European Capital of Culture, è una città che ogni anno, a partire dal 1985, viene designata da una giuria specifica, supportata dalla Commissione Europea. Sono più di cinquanta le città ambasciatrici culturali che, in 35 anni, hanno saputo realizzare progetti di valorizzazione significativi. Iniziative che, sia a livello nazionale che internazionale, rappresentano una grande opportunità per i diversi e numerosi patrimoni artistici di cui ogni territorio gode.

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Lampedusa: hotspot sovraffollato. Situazione insostenibile

Benedetta Mura

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Situazione critica al centro di prima accoglienza di Lampedusa. 950 i migranti presenti, un numero dieci volte maggiore rispetto alla capienza prevista dalla struttura. Una situazione che diventa insostenibile sia per gli operatori sia per gli ospiti. Un centro sovraffollato, dove viene segnalata scarsità di cibo e cattive condizioni igienico-sanitarie. Otto sbarchi in due settimane. 250 le persone arrivate sulle coste dell’isola. 5000 in 28 giorni. Cifre importanti che parlano di vite umane, di storie, di difficoltà.

Una condizione simile riporta indietro nel tempo, al 2011, quando, in quel caso, venne dichiarato lo stato di emergenza. Il sindaco di Lampedusa, Salvatore Martello, chiede aiuto al governo Conte, ritenendo necessario dichiarare il medesimo stato di emergenza di nove anni fa. Martello invoca, assieme al sostengo del Presidente della Regione, Nello Musmeci, il bisogno immediato di trasferire parte dei migranti. Inoltre, ha fatto sapere che i prossimi che arriveranno <<dovranno stare sul molo Favaloro>>, senza possibilità che entrino nel centro.

Una situazione delicata, vissuta a nervi tesi non solo dal sindaco lampedusano ma anche dal direttore dell’hotspot, Gian Lorenzo Marinese, che nonostante tutte le problematiche del caso ringrazia l’intero personale coinvolto nella gestione dei flussi migratori in queste settimane. La Prefettura di Agrigento ha così varato dei nuovi piani di trasferimento. Dovrebbero essere 170 i migranti che lasceranno l’hotspot di Lampedusa per raggiungere il centro di Porto Empedocle. Un secondo piano, ancora in fase di ipotesi, è quello di alleggerire ulteriormente il carico del centro lampedusano, trasferendo parte dei migranti verso Pozzallo. Scelta, quest’ultima, che non convince per niente il sindaco del piccolo comune siciliano, Roberto Ammatuna, il quale afferma che la struttura presente in città sia già colma.

Ma c’è un altro fattore che contribuisce ad aumentare la tensione: l’emergenza sanitaria da covid-19. I migranti fatti sbarcare a Lampedusa vivono in condizioni critiche, in spazi sovraffollati e senza alcun tipo di protezione. Nessuno indossa la mascherina e il rischio che si crei un nuovo focolaio non è certo da escludere. Fin ora chi è risultato positivo è stato fatto evacuare dal centro e trasferito in meno di 24 ore, ma il clima di allerta rimane sempre all’ordine del giorno.

L’hotspot di Lampedusa continua così a farsi carico di numerose vite. La disponibilità in termini di spazi è al termine. Un centro di prima accoglienza, come questo, dovrebbe avere il solo compito di identificare i migranti appena sbarcati sul suolo italiano. Un’operazione che dovrebbe prevedere una permanenza di 24-48 ore, si trasforma in un lungo processo che costringe innumerevoli persone a sostare nell’hotspot per settimane o addirittura mesi prima di permettere loro di conoscere la prossima destinazione.

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