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Focus

Dopo anni, rinasce la manifestazione musicale “Le Radici del Suono”

Grande musica con Tony Esposito e Pietra Montecorvino

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Tutto nasce nella primavera del 1991, quando un gruppo di amici di San Giorgio a Liri, cittadina che sorge nella parte meridionale della provincia di Frosinone, tra cui Tonino D’Arpino, tutti amanti della musica, decidono, quasi per caso, di dare vita ad una manifestazione musicale tesa a ricercare le radici autentiche della tradizione musicale dei rispettivi luoghi d’origine. Nacque così un evento incentrato sulla musica, con uno stimolante confronto tra culture ed etnie diverse, tanto che nel corso degli anni diventa una realtà nazionale, riuscendo a competere anche con altre realtà di lunga tradizione di altre regioni. Una musica new folk con un forte attaccamento alle tradizioni popolari che nel corso del tempo ha assunto anche un carattere internazionale. 

La manifestazione si è svolta per 17 anni dal 1991 fino al 2008 e sul palco si sono alternati grandi nomi della musica internazionale, nazionale e popolare quali Alex Britti nel 1991, Ciapa Rusa nel 1992, Peppe Barra nel 1994, Ambrogio Sparagna nel 1996 e Eugenio Bennato nel 2003, solo per citarne alcuni.                                                                                                                                            

Finalmente quest’anno la manifestazione è rinata ed ha ripreso il suo corso, scegliendo di ancorare le esperienze del passato a qualcosa di duraturo e di tangibile con un progetto che, tenendo conto della pandemia e delle relative restrizioni, faccia in modo che la musica entri nel cuore delle persone e ritorni ad essere un grande strumento di aggregazione.

L’edizione 2020 del festival musicale “Le radici del Suono”, patrocinato della Regione Lazio e dell’amministrazione comunale di San Giorgio a Liri (FR), ha visto l’esibizione di Tony Esposito con “Le origini Tour” e di Pietra Montecorvino con “On Tour”, due grandi interpreti della musica tradizionale del Sud Italia.

Una manifestazione pienamente riuscita, grazie anche all’organizzazione artistica di Pasquale Palmieri, Piergiorgio D’Arpino, Francesco Terrezza ed Emiliano Pelagalli, che ha avuto una grande affluenza di pubblico che purtroppo solo in parte è potuto accedere nell’area dedicata all’evento, causa le limitazioni imposte dell’applicazione delle norme di prevenzione del covid, sperando che il prossimo anno queste misure siano superate.

Vincenzo Di Ruzza @Vdruz

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Abruzzo

La pena di morte una sconfitta per l’umanità

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Riceviamo e pubblichiamo:

Domani, 12 gennaio, negli Stati Uniti verrà giustiziata Lisa Montgomery, colpevole di un reato cruento.

La violenza, specie quella più efferata, suscita sempre sentimenti contrastanti. Di pietà per la vittima. Di avversione per l’autore.

Ma, perché odio e moralismo non alimentino un giustizialismo che poco ha a che vedere con la Giustizia, è necessario che le decisioni restino impermeabili alle emozioni, a soggettiva emotività e a preconcetti ideologici.

E allora, fuori da ogni retorica e lucidamente guardando ai fatti, ci si chiede se è accettabile che siano ancora tanti i Paesi che prevedono l’eventualità della pena capitale. USA, Iran, Afghanistan, Antigua e Barbuda, Bahamas, Bahrain, Bangladesh, Barbados. Tra gli altri.

In disparte ogni arida considerazione in ordine alla concreta utilità della misura, in vero a efficacia deterrente pressoché nulla, la pena di morte resta il più alto grado di violazione dei diritti fondamentali, anacronisticamente ancorata a impostazioni culturali che poco si confanno al livello d’evoluzione delle Civiltà moderne e allo spirito inclusivo che porta ad assegnare alla sanzione finalità non punitiva ma rieducativa.

Di triste attualità l’insegnamento di Cesare Beccaria, che denunciava tutta l’illogicità della pena di morte in epoca lontana, nel tempo e nei costumi.

«Parmi un assurdo che le legge che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio». Era il 1764.

Eppure, nonostante le lotte per l’affermazione dei diritti umani, l’obiettivo non è ancora traguardato.

Per rendere onore al sacrificio della conquista dei diritti umani, l’Italia non può restare a guardare.

Meritocrazia Italia prende le distanze da ogni forma di giustizialismo e si appella ai governanti, oggi in particolar modo al neo eletto Presidente Biden, che aderiscano alla moratoria universale della pena di morte ratificata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 2007, attivandosi affinché le

pene di morte già comminate vengano commutate nel carcere a vita e sia rimesso finalmente ordine nella gerarchia dei valori.

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Abruzzo

Recovery Plan non sia occasione di scontro politico

Il Comunicato di Meritocrazia Italia

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Si riceve e si pubblica.

L’orologio corre veloce tra le lancette del Next Generation UE e del Recovery Fund e l’Italia non può perdere tempo.

Il Consiglio d’Europa è pronto ad emettere bond comunitari a scadenza 2060 per sostenere la crisi pandemica e per predisporre le basi economiche delle generazioni future, destinando così 750 miliardi di euro di debiti Ue tra condizionalità giuridiche, sottese al rispetto dei principi democratici da parte degli Stati di diritto e condizionalità di soft law, così definite perché non perimetrate da norme di legge ma da indicazioni amministrative riguardanti l’obbligo di destinare le risorse alla crescita, allo sviluppo ed agli investimenti e non alla attività della spesa pubblica corrente dei singoli Paesi.

I primi contributi dovrebbero arrivare nel secondo semestre 2021, ma sullo sfondo resta il potere di verifica riservato all’Unione sulle concrete modalità di destinazione ed utilizzo dei fondi, con conseguente estrema rilevanza dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) di ogni Stato, attesi per fine marzo metà aprile.

All’Italia spetteranno 209 miliardi,di cui 127 mld di prestiti e 82 mld di fondo perduto, ma, allo stato, è in corso un vero e proprio braccio di ferro in seno alle stesse forze di governo sul contenuto ottimale e concreto degli ambiti di intervento e di effettiva destinazione ed utilizzo dei contributi comunitari, posto che l’esecutivo, dopo aver archiviato il c.d piano Colao predisposto già dal luglio 2020, sembra voler destinare 77 mld al settore della green economy (se pur con l’impiego di soli 6 miliardi nell’implementazione della economia circolare), 49 mld alla digitalizzazione (se pur solo 10 mld per la Pubblica Amministrazione e solo 3 mld per Cultura e Turismo, nonostante risultino tra i settori più colpiti dal covid) 28 mld alle infrastrutture (se pur solo 4 mld per la logistica integrata e nulla per costruzione nuove strade e autostrade), 19 mld per Istruzione e ricerca, 17 mld per Parità di genere 17 mld e 9 mld per il settore salute e sanitario.

Inoltre, sembra che i fondi del Recovery Fund siano già stati inseriti dal MEF nel piano pluriennale dello Stato a riduzione della spesa pubblica corrente in sostituzione della emissione di Bot per il contenimento del debito pubblico, con il risultato di impattare a zero sulla crescita e di ottenere solo una minima riduzione degli interessi passivi sul debito pubblico.

In questo contesto di difficile operatività ma di profonda importanza per le sorti del Paese, Meritocrazia Italia, con il consueto spirito propositivo e di ausilio sostanziale, evidenzia come:

– in primo luogo, dovrà essere prestata particolare attenzione ai presupposti condizionanti l’erogazione dei fondi, in quanto l’erogazione delle risorse comunitarie avverrà solo al raggiungimento degli obiettivi di ogni progetto e non in modo automatico, così da imporre non solo una progettazione di dettaglio assolutamente strategica e di rilievo ma sarà necessario anche procedere ad una costante attività di verifica della fattibilità e degli stati di avanzamento dei progetti per poter beneficiare del contributo comunitario;

– in secondo luogo, va considerato come solo il 10% del Recovery Plan sarà erogato entro fine 2021,  per avviare i primi progetti, mentre la restante parte, come già detto, condizionata al raggiungimento degli obiettivi economici preconcordati  governo e Commissione europea, sarà disponibile entro sei anni,  e dunque in tempi non brevi;

– in terzo luogo, non sembrano essere stati previsti progetti per le riforme di Fisco lavoro e giustizia come richiesto dalla Ue in ottica di efficacia ed efficienza delle spese, senza considerare l’assoluto disequilibrio tra settori e progetti di investimento, considerando ad esempio come  alla salute va metà dei fondi destinati alla parità di genere.

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Focus

Cinque regioni in zona arancione. E’ attesa per il nuovo Dpcm

Benedetta Mura

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Da domani, 11 gennaio, saranno cinque le regioni che si tingeranno di arancione, mantenendo la stessa tonalità di colore di questo weekend. Stiamo parlando di Veneto, Lombardia, EmiliaRomagna, Calabria e Sicilia. Questo è quanto stabilito dall’ordinanza firmata da Roberto Speranza lo scorso 8 gennaio. Il resto d’Italia, invece, rimarrà gialla in attesa di nuove disposizioni. Infatti bisognerà attendere il 16 gennaio per poter prendere visione del prossimo Dpcm. La settimana che viene, dunque, sarà cruciale per il destino del Paese, che ancora nuota in cattive acque.

Per questo il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, ha convocato per domani mattina alle ore 10.30 una riunione con Anci, Regioni,Upi e il ministro della Salute Roberto Speranza. Sembra che sul piatto ci sia la riconferma delle attuali misure con l’aggiunta di un’ulteriore restrizione: se l’incidenza settimanale dei casi risulta superiore a 250 ogni 100.000 abitanti scatta in automatico la zona rossa. Proposta, questa, che ha già trovato l’assenso dell’Istituto Superiore di Sanità e del Comitato Tecnico Scientifico. Si tratta di una stretta in più che si unisce alla recente modifica degli indici Rt. La soglia, infatti, è stata abbassata da 1.25 a 1 per entrare in zona arancione e da 1.50 a 1.25 per passare alla zona rossa.

Di fronte a questa nuova morsa normativa, volta a contrastare a muso duro il diffondersi del Coronavirus, i presidenti delle cinque Regioni appena decretate zona arancione hanno espresso le proprie richieste al Governo tramite una lettera, tra perplessità e preoccupazioni. Zaia, Bonaccini, Fontana, Spirlì e Musmeci hanno chiesto al Premier nuove rassicurazioni e immediati aiuti per quanto riguarda il campo dei ristori, per evitare <<ulteriori penalizzazioni alle categorie colpite e per scongiurare il rischio che interi comparti vengano definitivamente cancellati dalla geografia economica delle nostre Regioni>>.

L’incertezza che ha connotato il 2020 sembra essere la costante anche di questo 2021. Le polemiche non si risparmiano. Le Regioni sono immerse in un mare di dubbi, tra le problematiche legate a ristori, scuole e distribuzione dei vaccini, mentre Palazzo Chigi è sotto assedio e con lo spauracchio della crisi governativa che aleggia su Roma. I prossimi 14 giorni saranno sicuramente decisivi, in attesa di una svolta che nel nuovo anno stenta ad arrivare.

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