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M'Art

Marche nascoste: la chiesa nella roccia, il silenzioso Tempio di Valadier a Genga

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Di chiese nella roccia l’Italia può vantare un repertorio invidiabile. Una di esse è custodita a pochi chilometri da tutti noi, nel Parco Naturale Regionale della Gola della Rossa e di Frasassi. A Genga, un paesino semi sperduto di poco più di duemila abitanti.

Raggiungibile tramite un percorso comodo per grandi e piccini, il Tempio si raffigura dinanzi ai nostri occhi improvvisamente, come un luogo incantato e magicamente silenzioso; è una struttura ottagonale in blocchi bianchi di travertino fatta erigere nel 1828 da Papa Leone XII (nato proprio di Genga), su progetto del conosciutissimo architetto Valadier.

Costruito tra le rocce, è parzialmente scavato nella parete della grotta. Le prime testimonianze scritte dell’eremo sono del 1029 e parlano di un monastero femminile di clausura abitato da monache benedettine. All’interno del monastero, fino agli anni ’40, era presente una statua in legno della Madonna, distrutta in un incendio che interessò parte del convento. Oggi è stata sostituita con una statua in pietra copia dell’originale.

Vicinissimo al Tempietto si trova anche il Santuario della Madonna di Frasassi.

Abruzzo

”Pandemonium”, a Castelli la mostra dell’artista Beatrice Celli

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Una nostra conoscenza torna ad illuminare di simboli e significati uno tra gli scenari più suggestivi dell’intero Abruzzo, Castelli, borgo inimitabile e culla senza tempo della ceramica. Di Beatrice Celli avevamo parlato qualche anno fa nel contesto di ”Finestre magiche”, un progetto di recupero urbano finanziato dal Comune di Castelli. Ora più che mai, con il mondo della cultura nel totale sbando collettivo e il bisogno sempre più insistente di tornare a guardare finalmente al di là delle nostre convinzioni, ”Pandemonium” arriva nell’anno della pandemia globale come un segno di speranza: provare a reagire alla situazione attuale organizzando una mostra nelle vetrine pubbliche, nel pieno rispetto delle regole sanitarie, è un atto di grazia e coraggio.

‘Calato nel contesto storico in cui l’autrice realizza l’installazione, tuttavia, il termine Pandaemonium crea un sottile gioco di assonanza con un vocabolo di spiccata attualità: la parola Pandemia che nulla condivide con Pandaemonium etimologicamente ma che tanto gli somiglia nel suono. Il legame tra Pandaemonium e pandemia è voluto e ricercato e amplia il significato stesso della mostra aprendola a contenuti ulteriori e suscitando sentimenti uguali e contrari: la pandemia come il pandemonio crea scompiglio, genera paure, sovverte l’ordine delle cose, disorienta e sconvolge; allo stesso tempo, tuttavia, la pandemia ostacola quella umana confusione e a chi l’abbia vissuta evoca più immagini di solitudine e città deserte che il caos della capitale infernale. Nell’istallazione, il Pandaemonium prende vita mediante l’accostamento di oggetti ed immagini profondamente eterogenei che trovano il loro unico legame nell’essere rappresentativi di superstizioni, inquietudini e paure, che diventano il racconto di una cultura popolare con una precisa collocazione nel tempo e nello spazio ma che assurgono a concretizzazioni di quelli che sono i timori dell’uomo di ogni epoca ed ogni cultura.” Le parole di Alessia Di Stefano ci catapultano nell’atmosfera mentale della mostra con precisione e puntualità.

Beatrice Celli si ispira alla cultura popolare e mistica della sua regione, l’Abruzzo nel Sud Italia. Nelle sue sculture e oggetti riscrive elementi della cultura vernacolare e popolare ignorati dalla cultura e dal linguaggio dominante. Nella sua arte pratica un sincretismo che le permette di articolare elementi rituali, folklore, tecniche tradizionali, oggetti votivi e simbolici, dispositivi contemporanei, finzione e allegoria. Una poetica in cui l’antropologia e la cultura vengono sollecitate al servizio di una cosmogonia personale. Ciò le consente di attivare una dinamica nella quale riattiva una storia sia individuale che collettiva, con la sua violenza e la sua forza simbolica. Possibile consultare il suo sito per approfondire la sua persona e poetica.

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Abruzzo

Abruzzo che vai zeppola che trovi, dolcezze locali per ogni papà del mondo

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La festa del papà arriva puntale col bussare della primavera. Oggi si festeggia la figura del papà in ricorrenza del papà per eccellenza, San Giuseppe, che padre putativo di Gesù è stato.

San Giuseppe è lo sposo di Maria e il padre di Gesù; è definito come uomo giusto. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Fu dichiarato patrono della Chiesa cattolica dal beato Pio IX l’8 dicembre 1870. La dottrina cristiana afferma che il vero padre di Gesù è Dio: Maria lo concepì miracolosamente per intervento dello Spirito Santo. Giuseppe, inizialmente intento a ripudiarla in segreto, fu messo al corrente di quanto era accaduto da un angelo apparsogli in sogno e accettò di sposarla e di riconoscere legalmente Gesù come proprio figlio.

Come molte occasioni annuali religiose e non, anche questa è associata ad un prodotto che fa addolcire gli animi di tutta Italia. Ogni regione ne possiede il segreto, le ricette alchemiche introvabili, ogni luogo ne custodisce la tradizione. Gelosamente. Parliamo ovviamente della zeppola, dolce mistico e pieno di grazia. In Abruzzo ci sono sono molte correnti di pensiero: c’è la zeppola aquilana fritta e ricoperta di zucchero, lievitata e senza crema, da abbinare a miele o vino cotto. Sulla costa e nel teramano la zeppola è invece in versione bignè: al forno o fritta, con una leggera nevicata di zucchero a velo o no, sicuramente piena zeppa di crema pasticcera e con un’amarena di guarnizione. Certamente non poteva esserci dolce migliore per questa ”dolce” ricorrenza.

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Fermo

Lo spettacolo deve continuare: stasera il Teatro dell’Aquila sarà illuminato e visitabile gratuitamente

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FERMO – La Città aderisce all’iniziativa di U.N.I.T.A. (Unione Nazionale Interpreti Teatro e Audiovisivo)  per sensibilizzare l’opinione pubblica circa la riapertura dei teatri, chiusi per le restrizioni dell’emergenza sanitaria, ‘a un anno di distanza – ricorda U.N.I.T.A. – dal primo provvedimento governativo che come misura di contrasto al Covid ne decideva la chiusura’.

In segno di adesione all’iniziativa verrà illuminato all’esterno il Teatro dell’Aquila la sera del 22 febbraio dalle 19.30 alle 21.30.

‘Un gesto simbolico – spiega U.N.I.T.A – perché questi luoghi tornino ad essere ciò che da 2500 anni sono sempre stati: piazze aperte sulla città, motori psichici della vita di una comunità, con la speranza che si torni prima possibile ad una riapertura in sicurezza dei teatri dove la parte essenziale e indispensabile di ogni spettacolo è il pubblico’.

Paolo Calcinaro (Il Martino - ilmartino.it -)

Paolo Calcinaro

‘La speranza – dichiara il primo Cittadino Calcinaro, nel omunicato stampa del Comune – è di poter tornare al più presto alla qualità,  ai record e ai numeri del nostro Teatro dell’Aquila. Sarà un percorso non immediato, graduale, per cui invito ancor più a vaccinarsi per vivere questi momenti e viverli in sicurezza’.

Micol Lanzidei

‘Rispondiamo all’appello con un gesto simbolico che ci aiuti a non dimenticare l’importanza del teatro e la necessità di non abbandonare il dibattito sulla sua riapertura – continua l’assessore alla cultura Micol Lanzidei. Oltre all’accensione esterna abbiamo realizzato, in linea con le iniziative di altri teatri italiani, dei manifesti che ci ricordano la meraviglia del teatro attraverso le parole pronunciate da personaggi illustri del mondo della cultura e dello spettacolo. Inoltre, per chi lo desidera all’esterno dell’edificio sarà messa a disposizione una speciale cassetta della posta dove potranno essere imbucati messaggi, pensieri e riflessioni per esprimere la propria vicinanza e solidarietà al mondo della cultura. Teatro che, per questa occasione, rimarrà aperto alle visite gratuite dalle ore 19.30 alle ore 21.30.

Piccoli ma importanti segni per testimoniare – conclude l’assessore – la nostra vicinanza anche a chi lavora nel mondo della cultura, penalizzato oramai da mesi’.

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