433 società cartiere, centinaia di indagati e sequestri per oltre un miliardo di euro. Indagine partite dai controlli in laboratori tessili gestiti da cinesi a Senigallia, Corinaldo e Trecastelli. Capitali prelevati in Italia ed esportati illecitamente all’estero, tramite una rete di imprese fittizie e fatture false.
ANCONA – Un sistema di frodi fiscali e riciclaggio su scala nazionale e internazionale, capace di muovere 5 miliardi di euro in false fatturazioni. È quanto emerso dall’operazione “Cash Back” della Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Procura dorica. L’indagine, sviluppata dalla Tenenza di Senigallia a partire dal 2013 e prosecuzione della precedente operazione “Fast and Clean”, ha portato alla denuncia di 281 persone, tre delle quali arrestate, e al sequestro preventivo disposto per oltre un miliardo di euro.
Gli investigatori hanno ricostruito una rete composta da 433 imprese cartiere, spesso intestate a prestanome italiani e stranieri, create con l’unico scopo di emettere fatture per operazioni inesistenti. Secondo quanto accertato, oltre 60mila imprese italiane avrebbero utilizzato le false fatture per abbattere l’imponibile e ridurre il carico fiscale. Il caso più emblematico nell’hinterland milanese, dove un’impresa con sede in un appartamento sito al sesto piano di un condominio ha emesso in un solo trimestre fatture false per oltre 69 milioni di euro, senza versare nulla all’Erario.
Le indagini hanno preso avvio in seguito ai controlli in alcuni laboratori tessili della provincia, tutti riconducibili a soggetti di nazionalità cinese. Le fiamme gialle hanno riscontrato significative anomalie, a partire dal sistematico prelievo di denaro contante dai conti correnti aziendali, tramite sportelli ATM, in concomitanza con la ricezione dei pagamenti delle fatture emesse. In alcuni casi, i prelievi hanno superato i 200 mila euro in un anno.
Col tempo, gli investigatori hanno notato una vera evoluzione del sistema per esportare illecitamente il denaro all’estero. All’inizio, i titolari dei laboratori tessili creavano all’interno dello stesso sito produttivo diverse società cartiere, intestate a familiari, dipendenti o comunque persone di fiducia. In questo modo, potevano utilizzare le fatture false emesse dalle stesse imprese operanti nell’opificio.
Successivamente, in seguito ai numerosi controlli degli inquirenti, i titolari dei laboratori hanno iniziati ad appoggiarsi ad una rete di imprese fittizie, creata da soggetti operanti soprattutto nel nord Italia.
Il meccanismo prevedeva l’emissione di fatture false, il pagamento tramite bonifico e la restituzione in contanti del 90% dell’imponibile all’utilizzatore, con una trattenuta del 10% come compenso per l’organizzazione, oltre all’IVA. Un vero e proprio sistema illecito di “cash back”, che ha dato il nome all’operazione.
Il denaro veniva poi trasferito all’estero, in particolare in Cina, inizialmente tramite “spalloni”, ovvero soggetti che si occupavano di trasportare fisicamente il denaro fuori dal Paese. I numerosi controlli, e sequestri, operati alla frontiera, hanno indotto i sodali dell’organizzazione a ricorrere a bonifici bancari giustificati da false operazioni di importazione.
Nel corso delle indagini è stata scoperta anche una “underground bank” in un hotel di Cinisello Balsamo, dove furono sequestrati 1,8 milioni di euro in contanti.
Su richiesta della Procura, il GIP di Ancona ha disposto sequestri preventivi per centinaia di milioni di euro, con blocco di circa 600 conti correnti e il sequestro di immobili di pregio, opere d’arte, alberghi e capannoni industriali.
Complessivamente, tra le due operazioni, sono stati sequestrati circa 50 milioni di euro tra contanti, beni mobili e immobili.
Il procedimento è ancora nella fase delle indagini preliminari e per gli indagati vale il principio di presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva.
