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Focus

“Jump”: il ricordo di Eddie Van Halen, leggenda della chitarra

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JUMP (di Cesidio Colantonio)

L’ho saputo da voci di corridoio. Una vecchia chitarra volò verso il cielo blu come l’occhio di una bambina e lui si girò rapido come un gatto e la prese al volo con il suo agevole scatto del polso. Rimasi a fissare la scritta per qualche minuto come se non avessi il coraggio di crederci. Un angelo della chitarra, con un’ala spezzata, avvolto nelle stelle con i suoi lunghi capelli era volato via. Un sogno troppo presto infranto. Il silenzio si aggirava furtivo lungo le nostre strade lunghe, larghe, squallide e come dicono mille e più canzoni rock ci ritrovavamo a gironzolare il sabato sera per il nostro paese con le note musicali di Eddie che riempivano l’aria da pinguini della notte, l’unico antidoto a serate ataviche, a cercare il passaporto per lasciarlo che arrivò subito dopo sotto forma della prima vera chitarra della loro vita. La musica fu parte integrante della loro fanciullezza, fu qualcosa che il loro subconscio assorbì profondamente. La musica era divertimento, anche quella richiesta con un mex, una dedica radiofonica con il vecchio gettone madreperla. La sua testa racchiudeva già suoni che non avevano possibilità di venire fuori. E secondo una tradizione da tempo consolidata tentava insieme ai suoi amici, mai a corto di esprimere le sue sensazioni, le sue emozioni, le sue fantasie musicali con una scopa, con le vene della fronte pronte ad esplodere. Provare il brivido della musica dal vivo era un sogno impossibile. Il musicologo Cari Seashore sostiene “che la struttura ritmica della musica può creare anche una sensazione di piacere fisico, di libertà, di ampiezza, di nuovi orizzonti”. E quando non faceva pratica su una chitarra vera, girava per il campo verdeggiante suonandone una immaginaria che sarebbe diventata la sua voce, la sua collocazione nel mondo, con le sue fantasie che piano piano prendevano corpo e forma, mentre masticava una vecchia mou comprata all’emporio del paese. Free feeling. Una miscela di rock, blues ed estasi musicale. C’era in tutti noi la sensazione fantastica che stessimo vincendo. Avevamo una gran forza, cavalcavamo con maestria da surfisti la cresta di un’onda altissima anche quando la paura atavica di trovarsi i rossi sotto al letto era al culmine!! La musica diveniva nel tempo esperienza conoscitiva grazie al quale il fan o ascoltatore entrava in diretto contatto con l’artista o sentiva il suo arrivo a milioni di chilometri di distanza. Può il vento ricordare i nomi soffiati nel passato? E con lo scorrere del tempo, l’età e la saggezza” il grande Eddie sussurrava suonando con la chitarra in spalla e non gli importava se lo chiamavano vagabondo perché lui sapeva che c’era qualcosa di più profondo delle apparenze. Nel suo modo di scrivere e suonare c’era quasi sempre uno scontro tra realtà e fantasia. La fantasia serviva a mostrare i diversi aspetti della realtà. Era un’artista trascinante, graffiante e appassionante che distribuiva con inconsueta generosità la bellezza da lui creata. Ed il ricordo e la sua musica sopravviverà quale imperituro monumento ad un grande musicista che dava del tu alla propria chitarra. Ciao Eddie.

Cesidio Colantonio

Abruzzo

La pena di morte una sconfitta per l’umanità

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Riceviamo e pubblichiamo:

Domani, 12 gennaio, negli Stati Uniti verrà giustiziata Lisa Montgomery, colpevole di un reato cruento.

La violenza, specie quella più efferata, suscita sempre sentimenti contrastanti. Di pietà per la vittima. Di avversione per l’autore.

Ma, perché odio e moralismo non alimentino un giustizialismo che poco ha a che vedere con la Giustizia, è necessario che le decisioni restino impermeabili alle emozioni, a soggettiva emotività e a preconcetti ideologici.

E allora, fuori da ogni retorica e lucidamente guardando ai fatti, ci si chiede se è accettabile che siano ancora tanti i Paesi che prevedono l’eventualità della pena capitale. USA, Iran, Afghanistan, Antigua e Barbuda, Bahamas, Bahrain, Bangladesh, Barbados. Tra gli altri.

In disparte ogni arida considerazione in ordine alla concreta utilità della misura, in vero a efficacia deterrente pressoché nulla, la pena di morte resta il più alto grado di violazione dei diritti fondamentali, anacronisticamente ancorata a impostazioni culturali che poco si confanno al livello d’evoluzione delle Civiltà moderne e allo spirito inclusivo che porta ad assegnare alla sanzione finalità non punitiva ma rieducativa.

Di triste attualità l’insegnamento di Cesare Beccaria, che denunciava tutta l’illogicità della pena di morte in epoca lontana, nel tempo e nei costumi.

«Parmi un assurdo che le legge che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio». Era il 1764.

Eppure, nonostante le lotte per l’affermazione dei diritti umani, l’obiettivo non è ancora traguardato.

Per rendere onore al sacrificio della conquista dei diritti umani, l’Italia non può restare a guardare.

Meritocrazia Italia prende le distanze da ogni forma di giustizialismo e si appella ai governanti, oggi in particolar modo al neo eletto Presidente Biden, che aderiscano alla moratoria universale della pena di morte ratificata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 2007, attivandosi affinché le

pene di morte già comminate vengano commutate nel carcere a vita e sia rimesso finalmente ordine nella gerarchia dei valori.

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Abruzzo

Recovery Plan non sia occasione di scontro politico

Il Comunicato di Meritocrazia Italia

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Si riceve e si pubblica.

L’orologio corre veloce tra le lancette del Next Generation UE e del Recovery Fund e l’Italia non può perdere tempo.

Il Consiglio d’Europa è pronto ad emettere bond comunitari a scadenza 2060 per sostenere la crisi pandemica e per predisporre le basi economiche delle generazioni future, destinando così 750 miliardi di euro di debiti Ue tra condizionalità giuridiche, sottese al rispetto dei principi democratici da parte degli Stati di diritto e condizionalità di soft law, così definite perché non perimetrate da norme di legge ma da indicazioni amministrative riguardanti l’obbligo di destinare le risorse alla crescita, allo sviluppo ed agli investimenti e non alla attività della spesa pubblica corrente dei singoli Paesi.

I primi contributi dovrebbero arrivare nel secondo semestre 2021, ma sullo sfondo resta il potere di verifica riservato all’Unione sulle concrete modalità di destinazione ed utilizzo dei fondi, con conseguente estrema rilevanza dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) di ogni Stato, attesi per fine marzo metà aprile.

All’Italia spetteranno 209 miliardi,di cui 127 mld di prestiti e 82 mld di fondo perduto, ma, allo stato, è in corso un vero e proprio braccio di ferro in seno alle stesse forze di governo sul contenuto ottimale e concreto degli ambiti di intervento e di effettiva destinazione ed utilizzo dei contributi comunitari, posto che l’esecutivo, dopo aver archiviato il c.d piano Colao predisposto già dal luglio 2020, sembra voler destinare 77 mld al settore della green economy (se pur con l’impiego di soli 6 miliardi nell’implementazione della economia circolare), 49 mld alla digitalizzazione (se pur solo 10 mld per la Pubblica Amministrazione e solo 3 mld per Cultura e Turismo, nonostante risultino tra i settori più colpiti dal covid) 28 mld alle infrastrutture (se pur solo 4 mld per la logistica integrata e nulla per costruzione nuove strade e autostrade), 19 mld per Istruzione e ricerca, 17 mld per Parità di genere 17 mld e 9 mld per il settore salute e sanitario.

Inoltre, sembra che i fondi del Recovery Fund siano già stati inseriti dal MEF nel piano pluriennale dello Stato a riduzione della spesa pubblica corrente in sostituzione della emissione di Bot per il contenimento del debito pubblico, con il risultato di impattare a zero sulla crescita e di ottenere solo una minima riduzione degli interessi passivi sul debito pubblico.

In questo contesto di difficile operatività ma di profonda importanza per le sorti del Paese, Meritocrazia Italia, con il consueto spirito propositivo e di ausilio sostanziale, evidenzia come:

– in primo luogo, dovrà essere prestata particolare attenzione ai presupposti condizionanti l’erogazione dei fondi, in quanto l’erogazione delle risorse comunitarie avverrà solo al raggiungimento degli obiettivi di ogni progetto e non in modo automatico, così da imporre non solo una progettazione di dettaglio assolutamente strategica e di rilievo ma sarà necessario anche procedere ad una costante attività di verifica della fattibilità e degli stati di avanzamento dei progetti per poter beneficiare del contributo comunitario;

– in secondo luogo, va considerato come solo il 10% del Recovery Plan sarà erogato entro fine 2021,  per avviare i primi progetti, mentre la restante parte, come già detto, condizionata al raggiungimento degli obiettivi economici preconcordati  governo e Commissione europea, sarà disponibile entro sei anni,  e dunque in tempi non brevi;

– in terzo luogo, non sembrano essere stati previsti progetti per le riforme di Fisco lavoro e giustizia come richiesto dalla Ue in ottica di efficacia ed efficienza delle spese, senza considerare l’assoluto disequilibrio tra settori e progetti di investimento, considerando ad esempio come  alla salute va metà dei fondi destinati alla parità di genere.

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Focus

Cinque regioni in zona arancione. E’ attesa per il nuovo Dpcm

Benedetta Mura

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Da domani, 11 gennaio, saranno cinque le regioni che si tingeranno di arancione, mantenendo la stessa tonalità di colore di questo weekend. Stiamo parlando di Veneto, Lombardia, EmiliaRomagna, Calabria e Sicilia. Questo è quanto stabilito dall’ordinanza firmata da Roberto Speranza lo scorso 8 gennaio. Il resto d’Italia, invece, rimarrà gialla in attesa di nuove disposizioni. Infatti bisognerà attendere il 16 gennaio per poter prendere visione del prossimo Dpcm. La settimana che viene, dunque, sarà cruciale per il destino del Paese, che ancora nuota in cattive acque.

Per questo il ministro degli Affari Regionali, Francesco Boccia, ha convocato per domani mattina alle ore 10.30 una riunione con Anci, Regioni,Upi e il ministro della Salute Roberto Speranza. Sembra che sul piatto ci sia la riconferma delle attuali misure con l’aggiunta di un’ulteriore restrizione: se l’incidenza settimanale dei casi risulta superiore a 250 ogni 100.000 abitanti scatta in automatico la zona rossa. Proposta, questa, che ha già trovato l’assenso dell’Istituto Superiore di Sanità e del Comitato Tecnico Scientifico. Si tratta di una stretta in più che si unisce alla recente modifica degli indici Rt. La soglia, infatti, è stata abbassata da 1.25 a 1 per entrare in zona arancione e da 1.50 a 1.25 per passare alla zona rossa.

Di fronte a questa nuova morsa normativa, volta a contrastare a muso duro il diffondersi del Coronavirus, i presidenti delle cinque Regioni appena decretate zona arancione hanno espresso le proprie richieste al Governo tramite una lettera, tra perplessità e preoccupazioni. Zaia, Bonaccini, Fontana, Spirlì e Musmeci hanno chiesto al Premier nuove rassicurazioni e immediati aiuti per quanto riguarda il campo dei ristori, per evitare <<ulteriori penalizzazioni alle categorie colpite e per scongiurare il rischio che interi comparti vengano definitivamente cancellati dalla geografia economica delle nostre Regioni>>.

L’incertezza che ha connotato il 2020 sembra essere la costante anche di questo 2021. Le polemiche non si risparmiano. Le Regioni sono immerse in un mare di dubbi, tra le problematiche legate a ristori, scuole e distribuzione dei vaccini, mentre Palazzo Chigi è sotto assedio e con lo spauracchio della crisi governativa che aleggia su Roma. I prossimi 14 giorni saranno sicuramente decisivi, in attesa di una svolta che nel nuovo anno stenta ad arrivare.

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