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Focus

Focus: gli effetti del Covid sul settore agroalimentare

Benedetta Mura

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Oggi metteremo la lente di ingrandimento per andare a conoscere un po’ più a fondo una realtà preziosa, quella agroalimentare. Settore anch’esso martoriato dagli effetti della pandemia. Ad illuminare la strada c’è ISMEA, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare. Si tratta di un ente economico pubblico che ha come obiettivo quello di favorire la trasparenza dei mercati grazie ai propri servizi informativi, assicurativi e finanziari. Sulla base dei dati resi disponibili, a subire un duro colpo durante questo burrascoso 2020 sono state diverse branche dell’agroalimentare.

Tra queste troviamo la produzione lattiero casearia, che a livello nazionale permane in una situazione di criticità, nonostante una timida ripresa ad agosto e settembre. I numeri registrano un calo significativo dei prezzi all’origine dei prodotti tra gennaio e settembre 2020; -9,7% rispetto al 2019. Mastica amaro anche il settore delle carni bovine. A sei mesi dall’inizio della pandemia, l’offerta nazionale ha subito un crollo del 13,6%, pari a 48.000 tonnellate in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente – già in contrazione per il 3,6%. Il calo dell’offerta si unisce alla diminuzione delle importazioni (- 8,1%) e dei prezzi pagati agli allevatori su base annua (-1% dei vitelloni, -7% dei vitelli). A pesare di più è stata in particolare la chiusura dei canali Ho.Re.Ca, ovvero il settore dell’Hotellerie-Restaurant-Café che fa riferimento a tutte le aziende che operano nel campo del ristoro. L’ISMEA segnala una perdita anche per quanto riguarda la produzione dell’olio nell’annata 2020-2021. Si stima che la contrazione sia del 30% sullo scorso anno, pari a 255.000 tonnellate in meno. Tuttavia tra le regioni italiane si presentano delle situazioni diversificate, con delle prestazioni produttive migliori al centro-nord. Se la quantità è stata condizionata, non è lo stesso anche per la qualità dell’olio che rimane sempre di alto livello.

Registra una flessione negativa anche la produzione viticola, che per l’anno in corso si attesta a 46,6 milioni di ettolitri (tra vino e mosto). La diminuzione è del 2%, rispetto ai 47,5 milioni di ettolitri del 2019. Se da una parte c’è un decremento della quantità (soprattutto nelle regioni del centro-sud), dall’altra si sottolinea un miglioramento ulteriore della qualità dei prodotti. Un altro aspetto positivo, secondo le statistiche ISMEA, è rappresentato dalle nuove frontiere di vendita dei vini. L’e-commerce, infatti, ha costituito una svolta in questo settore, permettendo agli imprenditori dell’agroalimentare di distribuire la propria merce secondo modalità e canali nuovi. Processo reso necessario dall’avvento della crisi epidemiologica e del conseguente blocco predisposto nei confronti delle attività di ristoro.

Abruzzo

Cambio di rotta per i ristori

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Cambio di rotta per i ristori, lo richiede attraverso il suo Presidente il gruppo di Meritocrazia Italia.

Ad una prima approssimazione, i numeri che si accompagnano al Recovery Fund parrebbero importanti, considerati i 29 miliardi di euro destinati a beneficio di imprese travolte dagli effetti devastanti della crisi emergenziale. Le preoccupazioni crescono, tuttavia, se si guarda alla stima delle perdite di fatturato registrata per l’anno 2020, che ammonta a 423 miliardi di euro circa (per una contrazione del -13,5% rispetto al 2019).

Nell’attesa dei ristori promessi, infatti, si avverte una forte inquietudine tra gli operatori di tutti i settori produttivi, specie tra coloro che conducono attività di piccola e media dimensione, che soffrono maggiormente la stretta creditizia ed ai quali è precluso l’accesso alla liquidità.

Pur non mettendo in discussione la necessità di misure restrittive e non negando la gravità della situazione sanitaria, da ogni lato s’invoca maggiore attenzione e più utile supporto economico. Ad oggi, infatti, i ristori erogati hanno raggiunto un livello medio di copertura del calo di fatturato di circa il 14,5%, insufficiente anche per quei comparti che hanno ricevuto un aiuto più consistente. In affanno anche settori che, seppur in attività, restano comunque improduttivi.

Si pensi alle imprese commerciali e artigiane delle c.dd. città d’arte, che hanno subito il tracollo delle presenze turistiche straniere, ovvero al sistema di trasporto pubblico locale non di linea (taxi, bus operator e autonoleggio con conducente) per non parlare del settore tessile, dell’abbigliamento, della stampa, dei mobili, della ristorazione, degli alloggi, del commercio d’auto, dei viaggi, del gioco e dello sport.

A rischio di definitiva chiusura 292.000 microimprese, con 1,9 milioni di addetti e l’analisi degli scenari futuri  vede 1 impresa su 4 a rischio continuità aziendale, se pur il giudizio varia in base al settore in cui l impresa è attiva. Il dato non può essere ignorato e s’impone un radicale cambio d’approccio.

Se da un lato vige un maggior ottimismo per il comparto dei servizi alle imprese piuttosto che nel settore edile (dove il superbonus del 110% dovrebbe far avvertire i suoi benefici), abbiamo situazioni dove le aspettative sono decisamente meno rosee, soprattutto in quei settori che hanno visto lo stop delle attività durante il primo lockdown e che continuano a soffrire della ormai consolidata “situazione pandemica”, che ha creato sacche di vuoto strutturale nei mercati del turismo, dei trasporti, dei servizi alla persona ed in molti altri ambiti.

Meritocrazia Italia propone una modifica nelle modalità di erogazioni degli aiuti a favore di tutti i comparti più colpiti dalla crisi, evidenziando come sia fondamentale ripartire con un piano di rimborsi a beneficio di microimprese e piccole e medie imprese operanti sul territorio, attraverso:

-la rimodulazione delle tasse sospese del decreto n 4 (dove la sospensione, valida fino al 30 di aprile, andrà in scadenza, così rendendo comunque insopportabile il conseguente pagamento solo postergato) consentendo la trasformazione degli aiuti in crediti di imposta  da utilizzare immediatamente ed in compensazione per differenza fra debito fiscale e ristori previsti;

– l’erogazione di fondi di copertura alle spese fisse correnti, fino ad un tetto massimo di 25.000€ per le imprese con volumi di affari fino a un milione di fatturato;

– la previsione di crediti di imposta fino all’80% sulle rimanenze di magazzino al 31 dicembre 2020 (per settore moda, abbigliamento, tessile, casa e arredo);

– la concessione di finanziamenti integralmente a fondo perduto per progetti di formazione sulla trasformazione digitale delle attività commerciali;

 – l’immediata riapertura contingentata di palestre e piscine attraverso l’utilizzo di sistemi di clouding contact tracing collegati con le unità locali sanitarie;

– l’immediata riapertura discrezionale h24 delle attività food & beverage per il food delivery;

-l’erogazione di somme a fondo perduto per tutte quelle aziende che decidono di accelerare processi di  riconversione verso nuovi modelli sostenibili e digitali secondo le linee guida dettate dalla UE.

– la concessione di finanziamento al 100% ai comuni per l’installazione di strutture di igienizzazione all’ozono da collocare nelle località turistiche ricettive (arte e cultura incluse).

Sono soltanto alcune delle soluzioni tecniche operative ad immediata fattibilità per la sopravvivenza del sistema produttivo del Paese, che non ha bisogno di semplici ristori ma di vere e proprie misure di sostegno alla ripartenza

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Abruzzo

La pena di morte una sconfitta per l’umanità

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Riceviamo e pubblichiamo:

Domani, 12 gennaio, negli Stati Uniti verrà giustiziata Lisa Montgomery, colpevole di un reato cruento.

La violenza, specie quella più efferata, suscita sempre sentimenti contrastanti. Di pietà per la vittima. Di avversione per l’autore.

Ma, perché odio e moralismo non alimentino un giustizialismo che poco ha a che vedere con la Giustizia, è necessario che le decisioni restino impermeabili alle emozioni, a soggettiva emotività e a preconcetti ideologici.

E allora, fuori da ogni retorica e lucidamente guardando ai fatti, ci si chiede se è accettabile che siano ancora tanti i Paesi che prevedono l’eventualità della pena capitale. USA, Iran, Afghanistan, Antigua e Barbuda, Bahamas, Bahrain, Bangladesh, Barbados. Tra gli altri.

In disparte ogni arida considerazione in ordine alla concreta utilità della misura, in vero a efficacia deterrente pressoché nulla, la pena di morte resta il più alto grado di violazione dei diritti fondamentali, anacronisticamente ancorata a impostazioni culturali che poco si confanno al livello d’evoluzione delle Civiltà moderne e allo spirito inclusivo che porta ad assegnare alla sanzione finalità non punitiva ma rieducativa.

Di triste attualità l’insegnamento di Cesare Beccaria, che denunciava tutta l’illogicità della pena di morte in epoca lontana, nel tempo e nei costumi.

«Parmi un assurdo che le legge che sono l’espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinino un pubblico assassinio». Era il 1764.

Eppure, nonostante le lotte per l’affermazione dei diritti umani, l’obiettivo non è ancora traguardato.

Per rendere onore al sacrificio della conquista dei diritti umani, l’Italia non può restare a guardare.

Meritocrazia Italia prende le distanze da ogni forma di giustizialismo e si appella ai governanti, oggi in particolar modo al neo eletto Presidente Biden, che aderiscano alla moratoria universale della pena di morte ratificata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 18 dicembre 2007, attivandosi affinché le

pene di morte già comminate vengano commutate nel carcere a vita e sia rimesso finalmente ordine nella gerarchia dei valori.

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Abruzzo

Recovery Plan non sia occasione di scontro politico

Il Comunicato di Meritocrazia Italia

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Si riceve e si pubblica.

L’orologio corre veloce tra le lancette del Next Generation UE e del Recovery Fund e l’Italia non può perdere tempo.

Il Consiglio d’Europa è pronto ad emettere bond comunitari a scadenza 2060 per sostenere la crisi pandemica e per predisporre le basi economiche delle generazioni future, destinando così 750 miliardi di euro di debiti Ue tra condizionalità giuridiche, sottese al rispetto dei principi democratici da parte degli Stati di diritto e condizionalità di soft law, così definite perché non perimetrate da norme di legge ma da indicazioni amministrative riguardanti l’obbligo di destinare le risorse alla crescita, allo sviluppo ed agli investimenti e non alla attività della spesa pubblica corrente dei singoli Paesi.

I primi contributi dovrebbero arrivare nel secondo semestre 2021, ma sullo sfondo resta il potere di verifica riservato all’Unione sulle concrete modalità di destinazione ed utilizzo dei fondi, con conseguente estrema rilevanza dei Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza (PNRR) di ogni Stato, attesi per fine marzo metà aprile.

All’Italia spetteranno 209 miliardi,di cui 127 mld di prestiti e 82 mld di fondo perduto, ma, allo stato, è in corso un vero e proprio braccio di ferro in seno alle stesse forze di governo sul contenuto ottimale e concreto degli ambiti di intervento e di effettiva destinazione ed utilizzo dei contributi comunitari, posto che l’esecutivo, dopo aver archiviato il c.d piano Colao predisposto già dal luglio 2020, sembra voler destinare 77 mld al settore della green economy (se pur con l’impiego di soli 6 miliardi nell’implementazione della economia circolare), 49 mld alla digitalizzazione (se pur solo 10 mld per la Pubblica Amministrazione e solo 3 mld per Cultura e Turismo, nonostante risultino tra i settori più colpiti dal covid) 28 mld alle infrastrutture (se pur solo 4 mld per la logistica integrata e nulla per costruzione nuove strade e autostrade), 19 mld per Istruzione e ricerca, 17 mld per Parità di genere 17 mld e 9 mld per il settore salute e sanitario.

Inoltre, sembra che i fondi del Recovery Fund siano già stati inseriti dal MEF nel piano pluriennale dello Stato a riduzione della spesa pubblica corrente in sostituzione della emissione di Bot per il contenimento del debito pubblico, con il risultato di impattare a zero sulla crescita e di ottenere solo una minima riduzione degli interessi passivi sul debito pubblico.

In questo contesto di difficile operatività ma di profonda importanza per le sorti del Paese, Meritocrazia Italia, con il consueto spirito propositivo e di ausilio sostanziale, evidenzia come:

– in primo luogo, dovrà essere prestata particolare attenzione ai presupposti condizionanti l’erogazione dei fondi, in quanto l’erogazione delle risorse comunitarie avverrà solo al raggiungimento degli obiettivi di ogni progetto e non in modo automatico, così da imporre non solo una progettazione di dettaglio assolutamente strategica e di rilievo ma sarà necessario anche procedere ad una costante attività di verifica della fattibilità e degli stati di avanzamento dei progetti per poter beneficiare del contributo comunitario;

– in secondo luogo, va considerato come solo il 10% del Recovery Plan sarà erogato entro fine 2021,  per avviare i primi progetti, mentre la restante parte, come già detto, condizionata al raggiungimento degli obiettivi economici preconcordati  governo e Commissione europea, sarà disponibile entro sei anni,  e dunque in tempi non brevi;

– in terzo luogo, non sembrano essere stati previsti progetti per le riforme di Fisco lavoro e giustizia come richiesto dalla Ue in ottica di efficacia ed efficienza delle spese, senza considerare l’assoluto disequilibrio tra settori e progetti di investimento, considerando ad esempio come  alla salute va metà dei fondi destinati alla parità di genere.

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