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Samb-Ascoli: un derby lontano 30 anni ma sempre molto caldo e acceso

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Da Il Martino cartaceo n. 10 del 30.5.2016

Samb contro Ascoli, rossoblù contro bianconeri e viceversa.
Un incontro di calcio, un “derby” che manca esattamente da trent’anni, dall’estate del 1986.
Eppure ogni anno che trascorre, ogni stagione che termina è come se questa gara venisse giocata regolarmente sul campo, tanta è l’attenzione che i sostenitori dell’una e dell’altra sponda rivolgono alle sorti del rispettivo avversario.

Infatti, a sopravvivere in questi ultimi trent’anni sono solo gli sfottò a distanza, nel ricordo dei veri scontri del passato, sugli spalti e fuori dal rettangolo di gioco.

Sfottò rossoblù anni 60-70. Rotonda di San Benedetto

A testimoniare la grandezza e l’unicità di questa gara è un personaggio del calcio che il derby l’ha giocato sull’erba, sponda Ascoli: il romano Carletto Mazzone, discreto difensore da calciatore e poi affermato allenatore, lanciato nell’avventura panchinara dal presidente bianconero Costantino Rozzi.

A chi gli domanda quanto fosse duro e cruento il derby del “cupolone” (Roma-Lazio), il tecnico romano risponde di aver giocato incontri campanilistici ben più accesi, proprio quelli tra la Samb e, al suo tempo, la Del Duca Ascoli.

Eh sì, ha ragione Carletto, Samb-Ascoli nella sua storia è stato sempre un derby vibrante, acceso, combattuto, sempre ricco di forti emozioni.

Paolo Beni e Carletto Mazzone al Del Duca nel derby del 3 marzo 1968

Ingrediente principale è l’aria campanilistica, quella che si respira a livello sociale e che va al di là del momento sportivo calcistico. Un “astio” di matrice geografica, logistica, di vicinanza territoriale, l’esplicazione pratica del detto “l’erba del vicino è sempre più verde”.

La città-capoluogo, Ascoli Piceno, contro la seconda del territorio provinciale, San Benedetto del Tronto; quella dei monti contro quella del mare; politicamente, a livello di tifo, quella più spostata a destra contro quella più a sinistra; quella “scolorita” (bianconera) contro quella caldamente “a colori” (rosso come il sangue e il vino, blu come il mare cittadino).

Come spesso succede tra vicini si litiga e ci s’imbecca, soprattutto quando poi ci si trova quotidianamente a convivere anche nei posti di lavoro, professando ciascuno la fede per la squadra della propria città.

Sono gli ascolani a trovarsi nella condizione d’inferiorità calcistica per lunghissimi anni fino alla stagione 1972/73, quando i bianconeri toccano per la prima volta la serie B grazie al fiuto e all’intraprendenza del presidente Rozzi (uno dei pochi ascolani compiaciuti ai sambenedettesi) che all’epoca seppe copiare il “modello” organizzativo e tecnico dei rossoblù, chiamando alla sua corte diversi giocatori e allenatori provenienti dalla Samb, sbarcata in serie B già sedici anni prima, nel 1956/57, quando i cugini ascolani annaspavano nel quinto livello calcistico di marca dilettantistica (Promozione Marchigiana).

Un derby sempre molto sentito anche dagli atleti che non ne vogliono perdere uno, come quello del 1940, con i rossoblù che pur non allenandosi, di ritorno dalla licenza del servizio militare, battono stoicamente i cugini: festa grande in riviera dove i bianconeri non hanno mai vinto.

Nel 1947/48 la Samb si aggiudica entrambi gli incontri, 1-0 in casa con un gol su calcio di rigore di Armando Rosati (fratello di Tom) e, con un gol vittoria di Sirio Santi a tre minuti dal termine, 3-2 allo “Squarcia”, teatro delle sfide ascolane fino alla costruzione del campo sportivo “delle Zeppelle”, attuale “Cino e Lillo Del Duca” (dal maggio 1962). Le due compagini per quasi un ventennio si perdono di vista a causa dello strapotere assoluto dei rossoblù che calcano categorie ben più alte.

Si “ritrovano” verso la metà degli anni ’60 con gare sempre più cruente e combattute, sul manto erboso e fuori.

Memorabile l’invasione di campo dei tifosi rossoblù al “Del Duca” il 1° ottobre 1970 per un rigore inesistente decretato da Vito Porcelli di Lodi a favore dei locali e poi trasformato dall’ex Abramo Pagani: i sambenedettesi, inviperiti, abbassavano la rete di recinzione entrando in massa sul terreno di gioco, contrariati per l’ingiusta decisione del direttore di gara.

Solo il massiccio intervento delle forze dell’ordine riusciva a respingere la furia dei supporters rossoblù.

1° marzo 1970. Stadio Cino e Lillo Del Duca. Invasione di campo dei tifosi rossoblu

Episodi drammatici accaduti anche in campo, come quello del 14 febbraio 1965 al “Ballarin” quando uno scontro fortuito tra l’attaccante rossoblù Alfiero Caposciutti e il portiere bianconero Roberto Strulli costava la vita a quest’ultimo, deceduto all’alba del giorno seguente nell’ospedale civile della località rivierasca.

Contrariamente a quello che affermano gli ascolani, il popolo sambenedettese si strinse attorno alla famiglia del povero Roberto che lasciava una moglie giovanissima e in attesa del primogenito che oggi porta il nome del suo sfortunato papà; i tifosi bianconeri invece, dopo la tragedia del “Rogo Ballarin” del 7 giugno 1981 (morirono due giovani ragazze rossoblù di 23 e 21 anni e un centinaio di tifosi rimasero ustionati), ebbero la faccia tosta di esporre al “Del Duca” il becero e vergognoso lenzuolo: “7 giugno: sagra del pesce fritto”.

Ecco, la diversa etica dei due popoli si va delineando e si conferma quando nel derby del 3 aprile 1977 in Ascoli, Rozzi invita le famiglie sambenedettesi ad assistere ad un “derby di pace” per poi essere bersagliate sugli spalti da un vigliacco lancio di arance “lamettate” (rivestite di lamette).

Nell’ultimo scontro giocato al Riviera sono invece i sostenitori rossoblù che “vis à vis” affrontano la fazione avversa “a pesci in faccia” (come all’indomani avrebbe titolato a riguardo il settimanale “Il Guerin Sportivo”).

5 gennaio 1986 A pesci in faccia

E i detti popolari come al solito sbagliano di poco: del popolo sambenedettese si dice che “…nella mediocrità delle Marche, si erge a faro….., forte, intelligente e facile alla RISSA…” mentre di quello ascolano che “tira lu ciutte (il sasso) e nasconde la mano”…

Dunque, due popoli eticamente distinti, come possono andare d’accordo tra di loro?

Aspettando un derby sul campo, l’astio sportivo continua (sperando senza danni e solo a livello goliardico e di sfottò) ma, oggettivamente (togliendomi di dosso ogni scoria di appartenenza calcistica), viste le ultime manifestazioni sugli spalti e nelle vie cittadine, la tifoseria vincente è quella “a colori”…

Ciò narrano i fatti ma, comunque, non si faccia “di tutta l’erba un fascio”.

Auguriamoci, tra cugini, che il derby torni presto sul rettangolo verde, possibilmente nelle categorie più alte!!!

 

Ancona

Progetto Kiss all’Istituto “Galilei” di Jesi: alternanza scuola-lavoro in Corea del Sud

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ANCONA – Il progetto Kiss, un’interessante esperienza di alternanza scuola lavoro unica in Italia, effettuata in Corea del Sud da quattro studentesse dell’Istituto di Istruzione Superiore “Galilei” di Jesi dell’indirizzo delle Scienze Umane – Alessandra Altaripa, Erika Chiariotti, Zoe Catani e Diletta Galassi – è stata presentata il 10 gennaio al Palazzo dei Convegni alla presenza del vicesindaco di Jesi, il professor Samuele Animali, e del Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per le Marche, dottor  Marco Ugo Filisetti, che ha preso atto dei notevoli risultati raggiunti dal Galilei grazie al grande impegno di tutto il personale.

L’incontro è stato moderato dalla professoressa Alessia Colasanti, che con la collega Monica Ferretti e l’apporto fondamentale della professoressa Stefania Vichi, nel 2020 ha dato origine al particolare PCTO (Percorso per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) grazie al progetto Kiss (Korea and Italy Schools and Students), stretto tra l’Istituto Galilei di Jesi e il Liceo Jeohyeon High School di Goyang, vicino Seoul, che offre spazi, anche sportivi, molto attrezzati. Fra circa un mese il Preside del Liceo di Goyang e tre insegnanti sudcoreani faranno visita all’Istituto. Galilei, mentre gli studenti sono attesi per l’anno prossimo.

Giunto al terzo anno, il progetto ha visto crescere i partecipanti che attualmente sono una trentina, tutti molto motivati. A fine gennaio si attende l’esito del concorso cui hanno aderito, consistente nella stesura di un elaborato su re Sejong il Grande (1397 – 1450), sovrano generoso e davvero illuminato, che ebbe a cuore il benessere dei suoi sudditi, con una viva attenzione per i meno abbienti. Appassionata anche lei dell’Oriente, la professoressa Ferretti è partita il 22 agosto scorso con le studentesse ed il Preside Luigi Frati per due settimane di job – shadowing in scuole di Goyang di diverso livello. Qui le allieve hanno sviluppato competenze personali e sociali seguendo lezioni di matematica, filosofia e diritto e tenendone altre di cultura italiana in inglese.

In questo modo sono riuscite a sondare la propria propensione all’insegnamento, oltre ad acquisire una maggiore fiducia in sé stesse. Le studentesse del Galilei avrebbero desiderato trascorrere più tempo con i bambini della scuola materna, probabilmente anche per l’impostazione fortemente ludica delle lezioni, incentrate sulla favola di Pinocchio, con un’attività aggiuntiva molto divertente per imparare il buffo linguaggio gestuale italico. I testi scolastici sudcoreani sono molto meno ingombranti dei nostri, perché contengono esclusivamente pagine che gli studenti dovranno imparare a memoria.

Durante l’incontro al Palazzo dei Convegni il Dirigente del Galilei ha ricordato il Piano Strategico per la Sostenibilità Ambientale e quello per l’Internazionalizzazione, che prevede ogni anno l’assegnazione di più di settanta borse di studio all’estero, corsi pomeridiani sulla cittadinanza europea e per conseguire le certificazioni in inglese e spagnolo. Questi ultimi corsi sono aumentati del75%e sono seguiti anche dal personale ATA e dagli ausiliari, nella prospettiva di una crescita in un contesto europeo.

È iniziata la collaborazione con licei di Boston e Chicago. Recente è pure l’esperienza in Madagascar, dove il Preside ha accompagnato alcuni studenti dell’indirizzo biotecnologico che hanno svolto ricerche sulle microplastiche ed i licheni dell’Oceano Indiano.

La professa Ferretti ha illustrato il progetto Kiss dell’Istituto Galilei di Jesi, avviato in piena pandemia con la realizzazione di un blog in inglese con più di trenta articoli per far conoscere le reciproche culture e le differenze tra il sistema scolastico italiano e quello coreano, improntato alla competitività e con ritmi di studio molto più intensi rispetto al nostro. Basti ricordare che per frequentare le tre più prestigiose università del Paese, concentrate a Seoul, bisogna sostenere ogni secondo giovedì di novembre il CSAT (College Scholastic Ability Test), un esame in tutte le materie della durata complessiva di circa sette ore, durante il quale l’intero Paese si ferma. Persino i voli aerei vengono sospesi per non disturbare gli studenti, ai quali i tassisti offrono gratis il trasporto.

Esaminando il contenuto dei test, riportati su particolari “giornali”, colpisce soprattutto quello di inglese: otto facciate di esercizi da svolgere in un’ora e dieci minuti… Del resto i giovani sudcoreani sono abituati ad una ferrea disciplina di studio: non solo rimangono a scuola fino alle 17, ma proseguono poi con altre ore di perfezionamento fino alle 10 di sera presso costose accademie private, in quanto il loro scopo è eccellere. Molte famiglie si indebitano per permettersele. E non è finita qui: lo studio continua a casa fino alla mezzanotte – l’una. In media, quindi, gli studenti dormono al massimo cinque ore al giorno. Non si sa quanto possa bastare a combattere lo stress il fatto che a scuola si indossino calzini e ciabatte e sia ammesso il conforto di una coperta calda e la compagnia di peluche.

Cristina Franco

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Ascoli Piceno

Acquaviva Picena, convegno di studi per la XVI Giornata per la Storia

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Foto di Cristina Franco.

I soci della Fondazione Federico II di Jesi, in collaborazione con l’Ente Associazione Palio del Duca, in occasione della XVI Giornata per la Storia, lo scorso 20 novembre, hanno organizzato un’escursione e Montefiore dell’Aso e un convegno di studi ad Acquaviva Picena.

ASCOLI PICENO – In occasione della XVI Giornata per la Storia, soci e amici della Fondazione Federico II di Jesi hanno vissuto, il 20 novembre scorso, una giornata di intense e significative esperienze culturali, attraverso un’escursione in mattinata a Montefiore dell’Aso, segnalato come uno dei borghi più belli d’Italia e, nel pomeriggio, un Convegno di Studio ad Acquaviva Picena a tema ‘Piacere, salute, arte e passioni del Medioevo’.

XVI Giornata per la Storia, l’escursione a Montefiore dell’Aso

Montefiore dell’Aso ha incantato al primo sguardo. Qui davvero ‘il paesaggio è uno stato d’animo’. Dal belvedere antistante le antiche mura si apre uno scenario immenso: un’ampia, ridente vallata con campi ben disegnati, vigneti, oliveti, casolari sparsi; al confine, sulla destra, si scorgono nitidi i monti Sibillini;  sulla sinistra, l’orizzonte del mare. Un’artista, Lina Damiani, ha lasciato sulla balconata una originale scultura in mosaico: una Tavola con frutta che richiama la varia e pregiata produzione frutticola della campagna circostante. C’è moltissimo da vedere nella cittadina e nei dintorni, ma non tutto è possibile visitare dal momento diverse chiese non sono aperte. Almeno due però sono accessibili: la Collegiata di Santa Lucia e il Complesso di San Francesco adibito a polo museale.

Prima di raggiungerli occorre informarsi almeno sommariamente sulla storia della cittadina. Di antichissime origini, Montefiore dell’Aso fu abitata da popolazioni autoctone e da Piceni, Liguri, Liburni, Pelasgi. D’importanza strategica, fu occupata da Goti, Bizantini, Longobardi e Franchi subendo le contrastate vicende dei guelfi e dei ghibellini. Nel XV secolo per concessione del papa Sisto V vi fu costruito l’Ospedale di Santa Maria della Misericordia; nei due secoli successivi visse il periodo di maggiore floridezza grazie alla presenza di diverse nobili famiglie e di grandi proprietari terrieri. Nell’800 il munifico sindaco Luigi De Vecchis fece installare un acquedotto e dotò la cittadina di un impianto elettrico autonomo, uno dei primi in Italia.

Oltre a questo personaggio di spicco altri non meno illustri sono da ricordare: il cardinale Gentile Pardino che lasciò a metà del XIV secolo nella chiesa di S. Francesco uno splendido monumento funebre in marmo, di scuola napoletana, dedicato ai suoi genitori; il pittore e xilografo Adolfo De Carolis il cui sepolcro è nella stessa chiesa; il pittore Carlo Crivelli, nato a Venezia nella prima metà del ‘400, ma vissuto a lungo nelle Marche, che lasciò a Montefiore dell’Aso un polittico meraviglioso considerato il suo capolavoro, purtroppo  ridotto a trittico perché nell’800 smembrato in tavole oggi esposte nei più importanti musei del mondo o disperse.

Anche grandi artisti contemporanei sono nati o sono vissuti qui a lungo: Giancarlo Basili, scenografo teatrale e cinematografico di fama internazionale a cui è dedicata una grande sala del Centro di Documentazione presso il Complesso di San Francesco; Adolfo De Carolis, autore di 69 bozzetti destinati al Palazzo del Podestà di Bologna e poi donati a Montefiore dell’Aso, che ora decorano magnificamente la Sala Consiliare dello stesso Complesso insieme ad una collezione completa delle sue xilografie. Non è da dimenticare anche Domenico Cantatore, pugliese, ma cittadino onorario di Montefiore dell’Aso a cui ha lasciato 114 opere grafiche.

Altro ancora da ammirare: l’intero ciclo degli affreschi dedicati alla vita di Gesù, del Maestro di Offida, che decorano l’antica abside della Chiesa di S. Francesco; il portale in arenaria della Pinnova risalente al X secolo, con formelle i cui soggetti sono ancora in parte da interpretare; e inoltre il Museo dell’Orologio dove sono conservati orologi di ogni epoca e meccanismi di quelli un tempo nelle torri civiche dei quali uno, rarissimo, risalente al XVII secolo. Si lascia la cittadina con la convinzione che Montefiore dell’Aso meriti senz’altro una più lunga visita e che sia uno splendido luogo di villeggiatura: il mare è a pochissimi chilometri, vicini sono anche i Sibillini e le campagne.

XVI Giornata per la Storia, il Convegno ad Acquaviva Picena:  Avventure con Donne Cortesi

Nell’antica, poderosa, fortezza di Acquaviva Picena, dove dicono che ancora si aggiri l’inquieto fantasma del Capitano della Rocca, ha avuto luogo nel pomeriggio il Convegno di Studio della XVI Giornata per la Storia organizzato dall’Ente Associazione Palio del Duca in collaborazione con la Fondazione Federico II di Jesi.

L’incontro si è tenuto nella Sala del Palio, prossima alla Piazza del Forte. Dopo il benvenuto del sindaco Sante Infrisoli e dell’assessore alla Cultura Marianna Spaccasassi, la direttrice del Centro Studi Federiciani, Franca Tacconi, ha presentato i relatori facendo presente che esiste un’ampia letteratura intorno ai temi quest’anno considerati dal Convegno. Primo a prendere la parola è stato l’ingegner Maurizio Medori, ex funzionario dell’Ufficio Tecnico del Comune di Acquaviva Picena, che ha trattato l’imbarazzante argomento del meretricio nel medioevo non con disinvoltura e malizia, ma conformemente ad una rigorosa documentazione storica.

«Già nell’antichità – ha esordito – esistevano a Roma le ‘lupae’, sacerdotesse sacre che praticavano la prostituzione. I lupanari caddero con l’impero romano, ma il meretricio continuò a diffondersi. Tra il ‘500 e il 1000 non si hanno notizie a riguardo, ma la prostituzione era certo praticata ovunque. Divenne anche nomade quando le città furono  abbandonate a causa di guerre, incursioni, pestilenze e la popolazione si rifugiò in campagne e villaggi. Nell’alto medioevo – ha osservato il relatore – tutti viaggiavano: i re con il loro seguito, i mercanti e i proprietari terrieri che controllavano i loro possedimenti, gli eserciti e i soldati mercenari. Ad eccezione dei chierici, che si muovevano alla ricerca di un maestro, tutti viaggiavano con scorte. A queste appartenevano anche ‘donne cortesi’ che seguivano il flusso di fiere, mercati e persino pellegrinaggi religiosi. Ci si prostituiva quanto mai frequentemente per necessità, per povertà, per sopravvivere in mancanza di altre risorse. Passato l’anno mille le città ripresero vita. Crebbe la popolazione in tutta Europa e si ritenne che la prostituzione dovesse essere istituzionalizzata; almeno in parte perché continuò ad essere praticata illegalmente specie in baracche di fortuna presso i fiumi, ‘au bord de l’eau’ (da cui il termine ‘bordello’).

Si costruirono però legalmente postriboli, bagni pubblici, detti ‘stufe’, e case d’accoglienza. La Chiesa osteggiò l’omosessualità, ma ritenne la prostituzione un male minore della società fino a quando la Controriforma  impose maggiori restrizioni e più severi controlli. Più tardi sarebbero venute le cortigiane di lusso, donne contese per la loro avvenenza, spesso anche colte, che posarono per pittori ed artisti».

A corollario della relazione la dottoressa Franca Tacconi ha ricordato le disposizioni prese a riguardo da Federico II. Nel primo libro del Codice Melfitano sancì che le prostitute venissero tutelate  equiparandole alle vedove e alle vergini; nel secondo, che le violenze subite dovessero essere denunciate entro otto giorni. Stabilì inoltre che alle madri accusate di aver prostituito le figlie venisse tagliato il naso. Gravissime condanne erano inoltre inflitte a chi uccideva una prostituta. Precedentemente il reato nemmeno esisteva e il colpevole non era né denunciato né punito.     

XVI Giornata per la Storia, il Convegno ad Acquaviva Picena: Negli orti segreti

«Si perde nella notte dei tempi lo studio delle erbe – ha esordito il dottor Roberto Magnani, medico chirurgo esperto in Fitoterapia e storia della Medicina – Fin dalla preistoria  presso tutte le civiltà si cercò di scoprire le loro proprietà, inizialmente in modo empirico e commettendo errori, poi codificandole e indicandone l’uso. A chi sapeva usare erbe curative vennero attribuiti spesso poteri magici. Nel medioevo lo studio delle piante divenne una vera disciplina presso università e monasteri. In questi i ‘monaci infirmatari’ furono delegati alla ricerca delle virtù terapeutiche e all’uso delle erbe che venivano assunte con preparazioni diverse: come tisane, come infusi di fiori e foglie o in polvere, mescolate con miele. Ogni convento aveva un ‘hortus simplicium’ dove si coltivavano erbe medicamentose. Erano almeno venti quelle di più largo consumo fra le quali salvia, basilico, liquirizia, aloe, papavero, avena, maggiorana, rosmarino, menta.

Venivano conservate negli ’armorium pigmentariorum’, da ritenere le più antiche farmacie. Una santa,  riconosciuta come tale solo nel 2012, ma vissuta intorno all’XI secolo, è considerata la ‘patrona delle erbe’: la monaca benedettina Ildegarda di Bingen,  autrice di due trattati sulle erbe. Al IX secolo risale invece la fondazione della Scuola Salernitana dove operò una eclettica dottoressa ricordata dalla storia: Trotula, autrice di un importante trattato di ginecologia, puericultura, fitoterapia, igiene, cosmesi. Con un famoso editto Carlo Magno sancì che dovessero essere coltivate almeno 89 specie di piante medicamentose di cui, obbligatoriamente sei: rosmarino, salvia, ruta, menta, cumino, dragoncello. Di alcune erbe, ancora oggi di uso comune, generalmente si ignorano le proprietà benefiche invece ben note in passato. In ogni modo molte delle antiche erbe sono entrate anche nella moderna farmacologia».

XVI Giornata per la Storia, Il Convegno ad Acquaviva Picena: Divertirsi a ricordare

Simpatico e divertente è stato l’intervento, quasi giullaresco, di Pierpaolo Pederzini, qualificato come ‘RimAttore, Comico mnemonico di contatto, Menestrello’. Ha parlato de ‘L’arte della memoria’, cioè delle metodologie a cui è possibile ricorrere per memorizzare le più diverse discipline. È una originale, utilissima materia che egli  insegna in tutte le scuole, anche in quelle primarie. La si fa risalire ad epoca lontana, quando non esistevano libri scolastici e gli allievi dovevano ritenere a memoria quanto ascoltavano dal maestro. Si fonda sull’abbinamento di un concetto astratto, scientifico o letterario, con un’immagine o una serie logica di immagini concrete e visibili. Ha strabiliato i presenti ricordando versi singoli di un canto del Paradiso di Dante suggeriti solo da un numero. Ha presentato questo gioco della memoria verseggiando in rima, sorprendendo per la sua abilità di ‘giocoliere della parola’ e regalando sorrisi a tutti.

Augusta Franco Cardinali

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Focus

Giulianova, il 5 agosto Augusto Di Stanislao presenta il suo nuovo saggio “Controvento”

Un libro che tratta di adolescenti, un piccolo manuale per i genitori di oggi e domani, in cui l’autore offre spunti e soluzioni

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presentazione saggio Augusto Di Stanislao Controvento

GIULIANOVA – Il prossimo venerdì 5 agosto, presso la Terrazza “Kursaal” a partire dalle ore 21, l’autore Augusto Di Stanislao presenta il suo ultimo saggio “Controvento – Riflessioni sull’adolescenza”. In questo nuovo libro, affronta il tema dell’adolescenza, con una particolare attenzione rivolta a tutti quei ragazzi che spesso si ritrovano privi di riferimenti e guide.

L’autore intende offrire soluzioni e nuovi spunti, in grado di fare la differenza. “Controvento” di Augusto Di Stanislao è una sorta di piccolo manuale utile ai genitori di oggi e di domani e a tutti coloro che volgiono avere maggori strumenti per interpretare meglio il mondo che cambia e che modifica leazioni, visioni e comportamenti.

A dialogare con l’autore, il giornalista Walter De Berardinis, mentre in apertura di serata l’Assessore alla Cultura del Comune di Giulianova Paolo Giorgini porterà i saluti dell’Amministrazione. Al termine della presentazione del suo ultimo saggio, Di Stanislao risponderà alle domande del pubblico. L’ingresso è gratuito.

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