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Referendum costituzionale: ragioni e posizioni dei politici

Benedetta Mura

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Manca poco al referendum costituzionale. Domenica prossima, 20 settembre, si apriranno le urne e gli italiani saranno chiamati a esprimere la loro scelta. Tra un semplice sì o no. Aderire o meno alla riforma pentastellata, che ha come obiettivo primario quello di tagliare i parlamentari, riducendo i senatori da 315 a 200 e i deputati da 630 a 400. Durante queste settimane i rappresentati di diverse forze politiche hanno parlato della questione, prendendo posizione, spiegando le loro convinzioni all’elettorato italiano. Tra i leader politici contrari alla riforma c’è Emma Bonino di +Europa. La senatrice ha dichiarato: <<sono contraria a una riforma fatta in questo modo. É come se un coinquilino del primo piano togliesse la trave portante senza occuparsi della stabilità complessiva del caseggiato. In una democrazia parlamentare non si può procedere così. Il taglio non è una riforma. È semplicemente il segno della presa del potere da parte di una casta populista che oltraggia il parlamento e vorrebbe sostituire la democrazia rappresentativa con il televoto su Rousseau>>.

Altro sostenitore delle ragioni del no è Antonio Palmieri, deputato di Forza Italia. <<Il taglio da solo non è una riforma. Nei due tentativi precedenti, la riforma Berlusconi del 2005 e quella di Renzi nel 2016, il taglio dei parlamentari era la ciliegina sulla torta della riforma della seconda parte della Costituzione: fine del bicameralismo perfetto, riforma delle competenze divise tra Stato e Regioni, elezione del Presidente della Repubblica, poteri del premier – afferma Palmieri. Così invece crea nuovi problemi di funzionamento del Parlamento perché non cambia né l’architettura parlamentare né i processi. I 200 senatori avranno troppe cose da fare e saranno troppo pochi per farle. Inoltre, avere il 36% di parlamentari in meno diminuirà la possibilità di un rapporto parlamentare/cittadino. Intere regioni non avranno senatori di opposizione. Il tutto per un risparmio di 95 centesimi l’anno a testa: una tazzina di caffè>>. Palmieri così come gran parte di Forza Italia voterà per il no. Berlusconi ha però lasciato libertà di scelta, e per questo ci sono alcuni rappresentati “dissidenti” che voteranno controcorrente, tra questi l’ex ministra dell’istruzione Mariastella Gelmini e Mara Carfagna.

A votare sì al referendum costituzionale, invece, sarà certamente l’onorevole Davide Crippa, capogruppo del Movimento 5 Stelle alla Camera. Il deputato grillino ha fotografato la situazione antecedente alla richiesta del referendum, quando il 98% dei votanti approvava la proposta di legge, ora sottoposta al giudizio popolare. <<Questo presunto crescente fronte del no si sta attrezzando con personaggi politici di vecchio rango, che in qualche modo fanno riemergere gli spettri di una politica che non vuol cambiare. Questo è un messaggio diretto ai cittadini da parte di chi vuol mantenere il proprio status, e credo anzi ci avvantaggi ancora di più>>. Crippa afferma inoltre che il taglio non costituirà un limite alla rappresentatività delle singole regioni: <<Sono convinto che ormai ci sia un modo di fare politica completamente diverso da quello che all’epoca riteneva necessario attribuire una proporzionalità rispetto al numero degli abitanti. Le modalità di fare comizi, i mezzi di comunicazione, i modi di avvicinare i cittadini alla politica sono cambiati e avvengono grazie a nuovi canali. Noi siamo parlamentari della nazione. Certo abbiamo un rapporto col territorio, perché i collegi sono rappresentazioni territoriali, ma non dimentichiamo che spesso veniamo chiamati in causa per questioni tipicamente regionali e quindi attribuibili alle funzioni dei consiglieri>>.

Come il capogruppo alla Camera dei Deputati, tutto il M5S è schierato a favore della riforma costituzionale da loro proposta. Il Ministro degli Esteri, il grillino Luigi di Maio scrive su Facebook: <<Qualcuno chiama il referendum del 20 e 21 settembre il referendum dell’antipolitica. Secondo loro tagliare 345 parlamentari per tornare ai valori di tutti i Paesi normali è antipolitica. E allora come li definiscono gli assenteisti, i trasformisti, o quelli che frequentano il Parlamento una volta al mese ricevendo stipendi da 15mila euro, quelli con una, due o anche tre pensioni d’oro, quelli che considerano il vitalizio un diritto…>>

Anche il segretario del PD, nonché presidente della Regione Lazio, Zingaretti, è propenso al sì così come gran parte del suo partito. Assieme a lui i favorevoli sono: Pier Luigi Bersani (Articolo Uno), Matteo Salvini (Lega), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia). A non essere invece per nulla convinto della riforma è Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che va contro questo progetto, ritenendolo incompleto. Altri personaggi politici contrari sono: Romano Prodi, Renato Brunetta (Forza Italia), Simone Baldelli (Forza Italia), Lucio Malan (Forza Italia), Claudio Borghi (Lega), Pier Ferdinando Casini (Centristi per l’Europa), Laura Boldrini (PD), Vincenzo de Luca (PD), Giorgio Gori (PD), Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana).

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Università e lavoro: il nuovo ddl dice addio all’esame di stato

Benedetta Mura

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L’Università cambia volto. Parola di Gaetano Manfredi. Il Ministro dell’Università e della Ricerca ha annunciato il varo di un nuovo disegno di legge da parte del Consiglio dei Ministri. Parliamo di un progetto legislativo che prevede di eliminare l’esame di stato per diverse categorie professionali. Odontoiatria e protesi dentaria, Farmacia e farmacia industriale, Medicina veterinaria e Psicologia sono i quattro corsi di laurea magistrale a ciclo unico che abiliteranno direttamente lo studente al termine della sua carriera universitaria, che così non dovrà più affrontare il fatidico e decisivo step dell’esame di stato successivamente al percorso di studi. Un cambiamento significativo all’interno della complessa macchina universitaria, volto a semplificare l’ingresso dei neo-laureati nel mondo del lavoro. Le previsioni fanno intendere che il tirocinio pratico-valutativo sia curriculare e quindi svolto all’interno del corso di laurea così da accorciare i tempi per l’abilitazione all’esercizio della professione. Ma non finisce qua perché la stessa soluzione è in agenda anche per tre nuove lauree professionalizzanti introdotte proprio quest’anno e che riguardano le figure di agrotecnico, perito agrario, perito industriale, geometra.

L’ex presidente Crui ha, inoltre, come secondo obiettivo quello di rendere abilitanti anche altre lauree per ruoli professionali come: tecnologo alimentare, dottore agronomo e dottore forestale, pianificatore paesaggista e conservatore, assistente sociale, attuario, biologo, chimico e geologo. Per questi esercizi l’eliminazione dell’esame di stato potrà essere possibile solo su richiesta dei consigli degli ordini o dei collegi professionali o delle relative federazioni nazionali, con uno o più regolamenti da adottare su proposta del Ministro dell’Università e della Ricerca, in accordo con il Ministro vigilante sull’ordine o sul collegio professionale competente.

Rilancio e modernizzazione del Paese. Sono queste le parole d’ordine, fondamenta del progetto normativo. Un passo necessario per venire incontro alle necessita della nuova generazione di lavoratori, dandogli migliori e più efficaci strumenti per entrare nell’universo lavorativo e costruirsi più agevolmente un futuro solido e indipendente. Manfredi usa l’espressione <<preparazione maggiormente integrata>> capace di permettere agli studenti di sfruttare al massimo la propria esperienza accademica sotto il profilo pratico con tirocini mirati alla completa professionalizzazione. Un aspetto, questo, sui cui il Ministro punta molto. Al tempo stesso si mostra fiducioso sulla possibilità che questo disegno da lui creato possa trasformarsi in legge a tutti gli effetti. <<L’esigenza di rinnovare i percorsi di abilitazione all’esercizio delle professioni è condivisa dalle diverse forze politiche presenti in Parlamento, che, a maggior ragione, mi auguro possano arricchire il progetto in fase di discussione nelle aule parlamentari e rendere più veloce l’iter che porterà il disegno di legge a diventare norma a tutti gli effetti>> – dichiara Manfredi.

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Studio Caritas: aumenta la povertà, + 45%

Benedetta Mura

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Il virus impazza e la crisi economica non si arresta. Due aspetti strettamente correlati tra loro secondo il rapporto 2020 della Caritas Italiana, pubblicato oggi, 17 ottobre, in occasione della Giornata mondiale di contrasto alla povertà. Secondo lo studio statistico i “nuovi poveri” sono passati dal +31% di maggio-settembre 2019 a +45% del 2020. Un incremento notevole che fotografa una situazione critica in netto peggioramento. L’avvento della pandemia è stata la spada di Damocle nei confronti dei ceti più deboli. La crisi sanitaria si è ripercossa sulla crisi economica e sulle spese quotidiane dei cittadini come un fulmine a ciel sereno, capovolgendo le carte in tavola. Tutto ciò pesa di più, soprattutto, sulle tasche di famiglie con minori, donne, giovani, nuclei di italiani che risultano in maggioranza, persone in età lavorativa. Il paragone con la crisi mondiale del 2008 è immediato e spontaneo. Le cifre sono mutate da allora e in negativo. I cosiddetti “nuovi poveri” stimati nel 2019 sono oltre il doppio rispetto a quelli calcolati nel 2007, anno precedente al burrascoso crollo di Wall Street. Secondo l’identikit statistico sono soprattutto le donne a recarsi presso i centri di ascolto Caritas, per il 54,4% dei casi. Ma non finisce qua, perché il 22,7% delle persone sono giovani con età compresa tra i 18 e i 34 anni. In aumento anche la percentuale di cittadini italiani che ammonta a 52% rispetto al 47,9% dello scorso anno.

Questi dati spaventano e non poco. Anche la Coldiretti dà man forte a quanto rivelato dal rapporto Caritas. Nel 2020 sono 1 milione in più, rispetto all’anno precedente, le persone che versano in uno stato critico di povertà. Nel 2019 si contavano ben 1,7 milioni di famiglie e 4,9 milioni di individui in condizioni di povertà assoluta. A patire di più questa situazione sono le persone residenti nel Mezzogiorno. Il 20% degli indigenti si trova in Campania, il 14% in Calabria e, a seguire, l’11% in Sicilia. Registrano un peggioramento significativo anche Lazio e Lombardia, rispettivamente con percentuali pari a 10% e 9%. Lo scenario, dunque, è buio, con il PIL in picchiata e l’occupazione che nel secondo trimestre del 2020 ha registrato un calo di 841 mila occupati rispetto al 2019. Ciò, inoltre, è aggravato dalla crescita costante degli inattivi, ovvero individui che smettono di cercare lavoro.

In proposito alla grave condizione di miseria in cui versa una grossa fetta della popolazione e della giornata mondiale volta a contrastare questo status, il Ministro degli Esteri, Luigi di Maio ha espresso il proprio pensiero con un post su Facebook: <<Il 17 ottobre è la giornata internazionale per la lotta alla povertà. Durante queste settimane, girando per l’Italia, ho avuto modo di ascoltare molte storie di vita reale. Di chi ha davvero sofferto. In molti ci hanno ringraziato per aver introdotto il reddito di cittadinanza così come il reddito di emergenza durante il lockdown. Lasciatemi dire una cosa. Chi strumentalizza il reddito di cittadinanza in una fase così delicata per gli italiani ne fa solo una questione politica e mette in croce milioni di italiani che hanno sofferto davvero la fame. C’è gente che grazie a questa misura adesso è in grado di sfamare i propri figli: ha ritrovato un po’ di dignità. Ovviamente è migliorabile. Chi prende il reddito deve lavorare per il bene collettivo, ma dovrà dare anche sostegno alle piccole e medie imprese. E stiamo lavorando per questo. Il momento è particolare, lo stiamo vedendo tutti. Il virus non è scomparso e i contagi stanno aumentando. Vanno adeguati tutti gli strumenti messi in campo dal governo per dare ulteriore sostegno agli italiani, incluso il reddito. Ma se durante questa pandemia non avessimo avuto il reddito di cittadinanza ci saremmo ritrovati davanti a una rivolta sociale, perché la fame crea rabbia. E l’aiuto alle persone in difficoltà è un gesto di pace>>.

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Economia: le aziende che hanno guadagnato nel lockdown

Benedetta Mura

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L’economia italiana paralizzata, stretta nella morsa del Covid. Molte sono le realtà commerciali, piccole e grandi, che hanno sofferto i mesi di lockdown pressoché totale del Paese. Tuttavia ci sono particolari settori che dalla quarantena forzata ne hanno tratto vantaggio, aumentando ulteriormente la propria produttività. Parliamo, nello specifico, di due colossi della finanza mondiale: Amazon e Netflix. Due aziende che hanno “fatto il botto”. Mentre gli italiani erano costretti a stare a casa per salvaguardare la salute e prevenire un ulteriore aumento dei contagi, le aziende online hanno giovato di un importante aumento delle entrate. Un rialzo del 28% per Amazon e del 32% per Netflix, rispetto a inizio anno. Il gigante di Seattle così si impone sempre più sul mercato globale, facendo da padrone, con una capitalizzazione di 1.185 miliardi di dollari. Numeri da spavento che fanno comprendere le dimensioni dello strapotere della società di Jeff Bezos. Con cinema e negozi chiusi e gli italiani bloccati tra le mura di casa, l’acquisto online di prodotti di ogni genere si è radicato nella quotidianità di ognuno di noi, più di quanto non fosse già prima. L’e-commerce che anni fa aveva rivoluzionato il nostro modo di concepire lo shopping, da quest’anno è al centro di un’altra nuova rivoluzione. Con un’impennata degli acquisti di alimenti, prodotti igienizzanti, attrezzature sportive, pc e una crisi nera nel fatturato di hotel, aziende di voli e viaggi.

Ma parlando di realtà aziendali italiane, secondo i dati Istat, sono 2,2 milioni le imprese che hanno dovuto chiudere i battenti con l’incombere della pandemia. Sono state sospese le attività e mandati a casa 7 milioni e mezzo di addetti. A rimanere aperte sono state 2,3 milioni di aziende (il 51% del totale) che hanno dato impiego a circa 16.000.000 di lavoratori, durante il lockdown. Il comparto alimentare è uno di quelli che ha fatturato di più con un aumento sulle vendite del 9,4%. Basti pensare che l’effetto domino delle “scorte alimentari”, impazzato agli albori della pandemia, ha permesso un aumento di spesa pari a +750 milioni di euro. Registra uno sviluppo positivo anche il settore dei prodotti farmaceutici (+4%) e delle telecomunicazioni (+8%). Le imprese specializzate in questo tipo di produzione hanno potuto sorridere. La necessità di rimanere a casa ha di conseguenza richiesto più cibo, più connessione a internet e una maggiore attenzione alla cura della salute personale. Quindi sebbene l’economia nazionale ed internazionale sia generalmente in forte crisi, da molti definita senza precedenti, con il Pil italiano che scende in picchiata, ci sono comparti produttivi che anziché fermarsi hanno acceso i motori e ingranato la quinta.

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